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La Cina respinge anche il gas via pipeline

PetroChina avrebbe invocato la forza maggiore nei confronti di diversi fornitori contrattuali, di Gnl e non solo. Il motivo non è soltanto il coronavirus...

di Sissi Bellomo

(Afp)

2' di lettura

Non solo Gnl. La Cina avrebbe iniziato a respingere anche il combustibile consegnato via gasdotto, uno sviluppo che – se confermato – rischia di avere un forte peso sul mercato, già debolissimo per un enorme surplus di offerta, che il coronavirus ha solo aggravato.

Protagonista delle ultime vicende è PetroChina, che secondo fonti Reuters ha invocato la forza maggiore per sospendere gli obblighi contrattuali con diversi fornitori abituali. Per l’agenzia Bloomberg lo stop segue numerosi tentativi falliti di riprogrammare le consegne e riguarda addirittura tutti i volumi importati dalla società, che per il 70% arrivano attraverso pipeline.

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Circa un mese fa era stato un altro colosso statale cinese, China National Offshore Oil Corp (CNOOC), a sfruttare lo scudo legale della «force majeure» nel tentativo di rinviare al mittente carichi di gas liquefatto ordinati da major occidentali. Una di queste, Total, ha contestato la legittimità del ricorso alla clausola.

PetroChina, controllata da China National Petroleum Corp (CNPC), riceve Gnl soprattutto dall’Australia, dal Qatar e dalla Malaysia, ma è anche l’unica società cinese ad avere contratti con un fornitore statunitense: Cheniere Energy. Inoltre è socia di Yamal Lng, l’impianto nell’Artico russo di Novatek.

Via pipeline riceve gas soprattutto dall’Asia centrale (Kazakhstan, Turkmenistan e Uzbekistan), ma anche dalla Russia e dal Myanmar.

L’unica smentita alle voci di forza maggiore è arrivata da Gazprom, che ha inaugurato solo lo scorso dicembre il suo primo gasdotto verso la Cina, il Power of Siberia: «Non abbiamo ricevuto alcuna notifica e le consegne procedono regolarmente», ha assicurato la società russa.

L’epidemia di coronavirus e l’ennesimo inverno mite hanno dato il colpo di grazia al mercato del gas, facendo crollare i prezzi in ogni area del mondo. La domanda ha oggettivamente subito una brusca frenata in Cina e con il contagio che ora si è esteso a oltre 80 Paesi i consumi sono destinati a indebolirsi anche altrove.

L’offerta tuttavia – già appesantita da un enorme surplus di Gnl – non si sta adeguando. E rischia di non trovare sfogo: gli stoccaggi sono al record storico in Europa per questo periodo dell’anno (62,8 miliardi di metri cubi a fine febbraio, che utilizzano il 61% della capacità)

Il problema è che i segnali di prezzo non si trasmettono come dovrebbero. Il mercato è già molto liquido e globalizzato, ma nei contratti di fornitura di lungo periodo il gas è ancora in gran parte indicizzato al petrolio, per di più con un ritardo temporale.

Il gas liquefatto “contrattuale” oggi alla Cina costa il triplo rispetto a quanto potrebbe pagarlo se acquistasse carichi spot per consegna ad aprile, osserva Abache Abreu, analista di S&P Global Platts.

La stessa PetroChina – che ora invoca la forza maggiore – è tornata sul mercato spot il 26 febbraio per acquistare Gnl da Vitol: lo riceverà tra il 20 e il 22 aprile al prezzo di 3,05 $/MMBtu. I fornitori contrattuali si fanno pagare circa 9 $/MMBtu

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