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La Cina tratta con gli Usa ma non smette di accumulare oro

di S.Bel.


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2' di lettura

La Cina non ha smesso di accumulare riserve in oro nemmeno a giugno, nonostante la relativa distensione dei rapporti con gli Usa, con cui ha ripreso le trattative commerciali, e nonostante l’impennata delle quotazioni del metallo prezioso, che sono salite il mese scorso ai massimi da sei anni, sopra 1.400 dollari l’oncia.

Gli acquisti della banca centrale cinese, pari a 10,3 tonnellate di lingotti a giugno, hanno accresciuto le riserve auree per il settimo mese consecutivo.

In precedenza l’oro nei forzieri della People’s Bank of China era rimasto stabile (almeno ufficialmente) per oltre due anni, ma dallo scorso dicembre ci sono stati acquisti per quasi 85 tonnellate di lingotti, che hanno portato le riserve auree sopra 1.926 tonnellate.

In parallelo Pechino ha rallentato l’acquisto di titoli di Stato Usa, anche se la diversificazione rispetto al dollaro sta avvenendo in modo molto graduale, a differenza che in Russia.

La strategia, guidata in gran parte dalla politica, il mese scorso ha premiato anche dal punto di vista finanziario: il valore complessivo delle riserve cinesi – grazie alla ripresa del cambio dello yuan e all’apprezzamento di alcuni asset (tra cui proprio l’oro)  – è aumentato di 18,23 miliardi di dollari, molto più delle attese, arrivando a 3.119 miliardi.

Gli acquisti netti di oro da parte delle banche centrali hanno raggiunto 651,5 tonnellate l’anno scorso secondo il World Gold Council, in aumento del 74% rispetto al 2017: un record da quando, quasi mezzo secolo fa, gli Stati Uniti dissero addio al «gold standard», la convertibilità in oro del dollaro.

Quest’anno, l’accumulo di riserve auree sta proseguendo – al traino di Cina, Russia, Turchia e Kazakhstan – e il record potrebbe essere battuto, secondo alcuni analisti. Tra gennaio e maggio c’è stato un incremento di 247,3 tonnellate (+73% anno su anno).

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