Asia e Oceania

La Cina vede rischi nel piano d’incentivi Usa

Piano quinquennale tra sostegno alla crescita e timori per debito e bolle

di Rita Fatiguso

(Epa)

3' di lettura

La Cina mette in guardia i Governi, Stati Uniti in testa “colpevoli” di aver messo sul piatto 1.900 miliardi di dollari, dall’eccesso di misure di stimolo che trasferiscono i rischi interni all’economia globale.

Pechino, nel pieno della crisi del 2008, fu l’unico Paese a inondare il mercato di liquidità, salvo pentirsene in seguito, amaramente. Per 11 anni la Cina ha condotto una politica di espansione fiscale che ha fatto esplodere il debito del Paese.

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La messa in guardia cinese arriva a ridosso dell’apertura dei lavori della Plenaria del Parlamento - oggi tocca al ramo consultivo Cppcc (Chinese People’s Political Consultative Conference), domani è la volta del National People Congress (NPC) - che dovrà approvare il 14°Piano quinquennale e, soprattutto, decidere se la Cina deve ridurre gli stimoli introdotti l’anno scorso per far fronte alla pandemìa concentrandosi, invece, sul contenimento di debito, rischi finanziari, fughe di capitali e bolle speculative, specie nell’immobiliare.

A mettere in guardia da queste trappole due rispettati campioni dell’economia e della finanza di Pechino, Lou Jiwei, leader del Comitato degli affari esteri del CPPCC , ex ministro delle Finanze dal 2013 al 2016 e Guo Shuqing, a capo della potente Cbirc (China Banking and Insurance Regulatory Commission).

Il più diretto, come è nelle sue corde, è Lou Jiwei, per il quale la mossa americana si rifletterà sulle altre economie («Gli Usa monetizzano il loro debito incentivando con buoni del Tesoro il debito degli altri»).

«Nei prossimi cinque anni - è il pensiero di Lou Jiwei - a fronte di nessuna prospettiva di tagli ulteriori alle tasse, le entrate fiscali cinesi saranno bassissime, la nostra situazione fiscale è severa, non solo nel breve, ma anche nel medio termine».

Per Jiwei anche il QE americano spingerà in alto i prezzi dell’azionario e degli altri asset finanziari, ben al di là di ogni ragionevole motivazione, mentre - come ha spiegato il Fondo Monetario -, nel 2020 l’aggregato del debito sovrano delle economie avanzate è già schizzato al 123,9 del Pil, oltre il record registrato alla fine della Seconda Guerra Mondiale. «Il 15% della spesa statale cinese l’anno scorso è servita solo a pagare gli interessi sul debito, dal 13% del 2019. In più - ha aggiunto - è necessario pensare alla bomba demografica dell’invecchiamento della popolazione - a fine 2019 oltre 176 milioni di cinesi avevano più di 65 anni , pari al 12,6% della popolazione al quale va aggiunto un 12,6 di quelli che hanno tra 65 e 60 anni, altri 177,6 milioni di persone. Stiamo vivendo una trasformazione mai vista in un secolo».

Guo Shuping, dal canto suo, ha parlato di «rischio bolla» nei mercati internazionali «con i mercati finanziari in Europa e in America non in sincrono con l’economia reale, ma alimentati da politiche monetarie e fiscali che rischiano l’effetto contagio ( “spillover”) nel sistema finanziario cinese”.

La Cbirc ha cercato di mettere un argine ai rischi interni, gli asset bancari dal 2017 al 2020 sono cresciuti al tasso annuo dell’8,3% mentre gli asset delle assicurazioni hanno viaggiato al ritmo dell’11,4. La crescita dei tassi è stata la metà dei livelli dal 2009 al 2016 e anche i non performing loans, pari a 8.800 miliardi di yuan (oltre 1.000 miliardi di dollari Usa) sono stati sotto controllo. Lo shadow banking ha perso 20mila miliardi di yuan grazie all’azione di contrasto, ma è il mercato immobiliare con le sue perverse dinamiche a preoccupare Guo che, peraltro, l’ha definito solo qualche mese fa il vero «rinoceronte grigio» della Cina.

«Il problema è che in Cina la bolla immobiliare è molto grande - ha detto -, si continuano ad acquistare case per motivi speculativi e questo è dannoso per l’economia. Chi è proprietario di troppe case e ha sottoscritto dei mutui se i prezzi crollano va in crisi e da lì la banca e a ruota l’intera economia».

Forse per tutto ciò, anche quest’anno, per la seconda volta nella storia della Cina moderna, il Work Paper del premier Li Keqiang potrebbe non avere un dato di crescita del Pil.

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