la guerra dei dazi

La Cina vende 10 miliardi di titoli di Stato Usa ma rischia una fuga di capitali

di Alessandro Plateroti


Attacco Trump a Cina, decreto contro uso Huawei negli Usa

3' di lettura

Lo scontro sui dazi tra Cina e Stati Uniti sta ormai travalicando le tensioni commerciali, aprendo scenari (e suggestioni) persino più pericolosi e complessi di un rincaro dei prezzi della soia, dei computer o della carne di maiale. Ieri si è avuta conferma non solo della “manovra a tenaglia” messa in atto da Pechino sulle aste di T-Bond e sullo stock di debito americano - la Cina ha liquidato il mese scorso altri 10,4 miliardi di dollari di titoli sovrani Usa, portando a 67 miliardi di dollari il taglio totale accertato negli ultimi 12 mesi - ma anche dei danni e dei costi a cui va incontro la Cina alzando il tiro contro Trump: il primo e più immediato, è il rischio di una destabilizzante fuga di capitali esteri dalla Borsa di Shanghai e soprattutto dalla piazza finanziaria di Hong Kong, dove hanno già cominciato a soffiare i primi venti di tempesta.

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Una tempesta che, almeno per ora, non preoccupa più di troppo gli americani: anche se la Cina continua a vendere titoli di Stato, gli acquirenti interessati non mancano di certo sul mercato internazionale. Il Tesoro americano ha comunicati ieri che il valore dei T-Bond in mano ai governi stranieri è salito di 88 miliardi di dollari in aprile su marzo e di oltre 250 miliardi di dollari nell’arco di un anno. Tra i maggiori acquirenti c’è anche l’Italia, che in marzo ha aumentato il portafoglio di TBond di 2 miliardi di dollari a 44 miliardi, un livello da record. Al contrario, la Francia ha tagliato il portafoglio in bond Usa di circa 6 miliardi di dollari su base mensile.

In Asia, invece, la tensione cresce velocemente. Con l’escalation dei dazi e delle minacce, il dollaro di Hong Kong è sceso infatti ai minimi degli ultimi 33 anni, mettendo a dura prova la “resistenza allo stress” del Currency Board: l’Autorità monetaria è stata costretta a intervenire già due volte nell’ultima settimana a sostegno della valuta, mentre solo martedì scorso i deflussi netti dalla Cina lungo l’asse Shanghai-Hong Kong hanno totalizzato 1,6 miliardi di dollari, il picco più alto dalla crisi valutaria cinese di 4 anni fa.

Per gli analisti, si tratta di una chiara reazione difensiva degli investitori internazionali davanti agli scenari fuori-controllo: la fuga dal rischio cinese (e il volo verso la sicurezza dei T-Bond americani) è costata una perdita del 12% all'indice Shanghai Composite. Le stesse società cinesi, che hanno in portafoglio oltre 840 miliardi di dollari di debito onshore, si sono lanciate sul mercato a fare provvista in valuta americana per evitare il rischio di potenziali default: nell’arco di cinque sole sedute, lo yuan ha subito la perdità più pesante in quasi un anno, con il tasso di cambio che è arrivato a 6,88 ¥ contro il dollaro: la linea considerata finora invalicabile dalle autorità cinesi è stata di 6,90 yuan per un biglietto verde. Persino i Bitcoin - notoriamente utilizzati in Asia per esportare capitali illegalmente - sembrano essere entrati nella partita: malgrado la stretta delle autorità di regolamentazione cinesi, i Bitcoin sono saliti del 40% da venerdì scorso, superando con slancio gli 8.000 dollari: il prezzo della crypto-valuta (come è accaduto durante l’ultima crisi tra Stati Uniti e Corea del Nord) è raddoppiato nell’arco di poche settimane. Se si tratta di scommettere su chi rischia di più tra Cina e Stati Uniti, insomma, il mercato ha detto chiaramente su chi punta: per quanti bond americani possa vendere, la Cina ha bisogno di dollari per tenere sotto controllo il cambio dello Yuan.

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