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La cinese Smic in difficoltà, in picchiata la domanda di beni elettronici

La società leader in Cina accusa il colpo del calo dei consumi e del neo-protezionismo americano. La crisi dello Stretto aggiunge legna al fuoco.

di Rita Fatiguso

2' di lettura

Leader dei chip cinesi

Semiconductor Manufacturing International Corp (Smic) leader dei chip cinesi, fornitore di aziende come Qualcomm, Broadcom e Texas Instruments e unica realtà in grado di tener testa alla taiwanese Tsmc, a Intel e Samsung, lancia l'allarme sulla frenata della domanda di smartphone e componenti TV che, a detta del co-Ceo Zhao Haijun sta costringendo a rivedere rapidamente piani e scorte. Ma è evidente anche l’impatto del neo-protezionismo americano e della crisi economica di Pechino.

Finito il boom dei consumi

A Hong Kong, dove è quotata, Smic ha perso subito più del 3,1%, l'era della pandemìa con la grande abbuffata di prodotti elettronici sembra ormai tramontata, l'economia di Pechino è in crisi, i beni di consumo segnano il passo anche a causa della fiammata inflazionistica mentre l'economia sta cercando di riprendersi con difficoltà dai pesanti lockdown, tuttavia il colosso cinese dei semiconduttori soffre anche per il contraccolpo delle restrizioni all'export americano. Gli Usa vogliono riportare a casa la produzione dei chip e per questo hanno appena dato il via libera a un apposito provvedimento che dovrebbe contenere l'ascesa tecnologica di Pechino, il Chips Act.

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L’attacco del Governo Trump

Va anche ricordato che Smic è stata tra le aziende cinesi più colpite dai provvedimenti dell'era del presidente Donald Trump preoccupato per la minaccia latente di quelle ad alto contenuto tecnologico per la sicurezza americana. Smic ha dovuto segnare il passo nella sua corsa a sorpassare i rivali globali in quanto a innovazione e qualità. In ogni caso l'azienda ha dichiarato che nel secondo trimestre i ricavi sono aumentati del 42% a 1,9 miliardi di dollari, in linea con le aspettative e ha registrato un utile netto di 514,3 milioni di dollari, superando la stima media di 469,5 milioni. Le fonderie di chip funzioneranno a tassi di utilizzo elevati nei prossimi due anni, a causa del rapido aumento del numero di produttori di chip locali e dell'aumento del contenuto di silicio negli elettrodomestici e nelle automobili. Il suo passaggio a chip speciali con margini più elevati, meno esposti al rischio di sanzioni, può compensare l'aumento vertiginoso del deprezzamento e dei costi del personale.

Gli investimenti di Pechino

Pechino ha investito finora oltre 200 miliardi di dollari per spingere l'industria a sviluppare semiconduttori più avanzati e in quest'ottica rientrava l'accordo tra Tsingua Unigroup e la taiwanese Foxconn per creare in Cina un altro stabilimento produttivo. Ma il Governo di Taiwan, nel bel mezzo della crisi dello Stretto (si veda IlSole24Ore dell'11 agosto), sta spingendo per far saltare l'intesa sulla scorta di potenziali pericoli alla sicurezza nazionale. La guerra dei chip, dunque, non conosce soste anche sul fronte delle collaborazioni tra talenti internazionali. Tudor Brown, l'ex presidente di Arm la più importante società di design di chip ipersofisticati nata dalla ricerca dell'università di Cambridge, nel Regno Unito, con incarichi anche in Lenovo, dopo nove anni si è dimesso dal consiglio di Smic. Arm è stata poi acquisita da Softbank che oggi vorrebbe quotarla a Wall street ma che è sempre alle prese con la chiusura dei conti con Arm China, la branch cinese che tanti mal di pancia ha causato al Governo di Boris Johnson.

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