Giulio Cavalli / carnaio

La città dei mille cadaveri spiaggiati

di Lara Ricci


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2' di lettura

DF è una sbiadita cittadina costiera come tante, dove il soverchiante mare si è via via svuotato di pesce alimentando l’apatia e il malcontento degli abitanti. I giorni scorrono monotoni tra furberie, abbellimenti, sopraffazioni. Il parroco tonante di regole e prediche che poi va a puttane; il sindaco figlio di sindaco che deforma ogni avvenimento a suo vantaggio: il giornalista locale solo intento a piacersi; «Lilly, che aveva passato tutta la vita a farsi innamorare degli uomini più ricchi di DF» o Rita, figlia di un uomo «capace di sbatterti il silenzio in faccia per giorni, di inseguirti per le stanze per farti vedere quanto è zitto», irretita da un altro padre padrone.

Lo squallore quotidiano è interrotto e successivamente amplificato da un cadavere seguito da altri, migliaia, portati dalla risacca. Corpi di maschi ventenni coi segni di chi viene da lontano che, con la loro carne putrescente, mettono a disagio la popolazione. La quale rapidamente cessa di chiedersi da dove vengano, chi o cosa sia all’origine della loro morte, per concentrarsi su come non esserne danneggiata e in seguito su come trarne vantaggio.

«Ma è un delitto un uomo ucciso dal mare?» si domanda candidamente e poi ipocritamente il commissario. È affar suo/nostro? Una domanda centrale e ricorrente in Carnaio, di Giulio Cavalli, finalista al Campiello. Racconto grottesco e solo all’apparenza surreale di un’«emergenza» dai molti echi. E così mentre i morti «abbronzati» - per citare un politico reale che pare però saltato fuori da questo libro satirico di caricature nostrane - arrivano in ondate sempre più gonfie, Cavalli racconta il teatrino degli ultimi decenni. Non senza acume, buone intuizioni, qualche bella immagine, ma anche ridondante nel suo dare la voce a troppi abitanti simili, riduttivo nell’enfasi parodistica, nelle metafore a breve raggio, non scevro da semplificazioni e cadute di stile («il cuore fermo come un polpo»), l’autore narra l’imbarbarimento di un popolo già parecchio barbaro e le sue inevitabili conseguenze. Un popolo che si troverà unito nel ribellarsi a “Roma”, inefficiente nel reagire al putrido sversamento e buonista «col culo degli altri». Che si ricompatterà davanti all’emergenza e nella complicità della propria disumanità («quando se ne va l’umanità anche il vero diventa un lusso»), autodeterminandosi in un trionfo sovranista, proclamando una felicità che «è una speranza che s’è fatta via via ubbidienza sempre più impaurita», fino al prevedibile finale.

Carnaio
Giulio Cavalli
Fandango, Roma, pagg.218, €17

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