il risiko dei listini

La City fa quadrato in Borsa. Hong Kong cade dopo le avances

L’offerta cinese non scalda il mercato: il titolo del listino dell’ex colonia perde il 3,5%. Gli inglesi tengono il punto sull’acquisizione di Refinitiv Incerto il futuro di Milano

di Antonella Olivieri


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3' di lettura

Le avances di Hong Kong alla Borsa di Londra non scaldano il mercato. A vedere almeno le quotazioni delle due società-mercato, i commenti scettici degli analisti e la reazione fredda della corteggiata che ben si riflette nel titolo di apertura del Financial Times di ieri. Il quotidiano della City evidenziava la possibilità di un rifiuto dell’offerta da parte del board del London Stock Exchange Group che è chiamato a esprimersi a riguardo.La Borsa di Hong Kong vorrebbe avere la sua benedizione per creare «il più grande e più rilevante centro finanziario in Asia e Europa». Ma è pronta a ricorrere anche a maniere più spicce - con un takeover evidentemente non consensuale - nel caso in cui la sua profferta non sia gradita. Tutto da verificare se, sebbene il quadro politico sia quanto mai incerto sia in Uk (alle prese con la questione controversa della Brexit) sia a Hong Kong (con le tensioni nei rapporti con la Cina che sfociano in proteste di piazza), sia possibile arrivare all’altare con la forza. Gli analisti ne dubitano, ma non sono cinesi.

Le quotazioni, dunque. Quelle dell’Lseg non si sono discostate molto dal punto al quale erano arrivate il giorno prima. Il titolo ha chiuso infatti la seduta in frazionale progresso, +0,64% a 7.252 pence, molto distante dalla valutazione dell’offerta cash più azioni di Hong Kong, superiore agli 8mila pence. Ma il titolo della Borsa di Hong Kong, che è diffuso nei portafogli di fondi anglosassoni, è addirittura calato del 3,5%. Un termometro quantitativo degli umori del mercato. Alpha Value giudica le possibilità di un accordo «vicine allo zero», dando più chance ad alternative con player Usa del settore come Ice (la piattaforma che ha rilevato Wall Street) o il Cme (il mercato dei future e dei derivati). Merrill Lynch ritiene che l’acquisizione di Refinitiv (l’ex unità dati di Thomson Reuters) - alla quale il management dell’Lseg sta lavorando - abbia più appeal sugli azionisti della Borsa di Londra (il primo, con oltre il 10% è il fondo sovrano del Qatar, gli altri sono grandi fondi anglosassoni) di quanto ne abbia l’offerta di Hong Kong, che per i tre quarti è “carta contro carta”. Secondo voci di fine giornata, riprese anche da FT, Hong Kong potrebbe ancora migliorare la sua offerta, aumentando la componente per contanti. La piazza asiatica chiede però che Londra rinunci all’acquisizione da 27 miliardi di dollari che renderebbe il boccone troppo grosso da digerire, ma l’Lseg ha riconfermato l’impegno a sottoporre l’acquisizione ai suoi azionisti per novembre, affinchè l’approvino. «Lse è il cuore del mercato finanziario britannico - ha osservato con Bloomberg un ex dirigente della Borsa di Hong Kong -. Mentre la Borsa di Londra è impegnata in un’operazione di sviluppo nei dati, l’ultima cosa che vorrebbe considerare è di avere una proprietà estera, tanto più se a controllo cinese».

C’è poi il rischio che si sfili dal perimetro Borsa italiana con i suoi mercati - l’Mts, il mercato all’ingrosso dei titoli di Stato, e l’Idem, il mercato dei future e dei derivati - e le sue infrastrutture - la Cassa di compensazione e garanzia e Montetitoli. I mercati finanziari e le infrastrutture di mercato sono stati dichiarati asset strategici da parte dell’Italia e meritevoli della tutela del golden power dalla legge 172 del 4 dicembre 2017. La Cina da qualche giorno ha annunciato la cancellazione del divieto di controllo estero per le sue società quotate, un punto che potrebbe indebolire le rivendicazioni di “reciprocità”, anche se in un quaderno giuridico della Consob dello scorso febbraio dal titolo profetico - La nuova via della seta e gli investimenti diretti in settori ad alta intensità tecnologica: il golden power dello Stato e le infrastrutture finanziarie - si qualificava la Cina, insieme a Filippine e Arabia Saudita, tra i Paesi con il più alto indice restrittivo al mondo in tema di investimenti esteri diretti.

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