Anniversario dantesco

La «Commedia» più bella del mondo

Il prezioso codice miniato del poema realizzato per Federico da Montefeltro a Urbino è conservato nella Biblioteca Vaticana

di Ambrogio M. Piazzoni

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5' di lettura

Lo splendido manoscritto oggi noto come Dante Urbinate si deve all’iniziativa di Federico da Montefeltro. È un’opera straordinaria, specialmente ma non solo sotto il profilo artistico, così come straordinario fu il suo committente, personaggio fra i più notevoli del suo tempo. Si ritenne sempre figlio illegittimo di Guidantonio, conte di Urbino con signoria in diverse zone tra Umbria, Marche e Romagna, ma il piccolo Federico, benché presto legittimato con bolla papale, non ebbe a corte un’infanzia favorevole, specie dopo che dal matrimonio del padre con Caterina Colonna era nato il legittimo Oddantonio.

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Allontanato da Urbino e affidato a locali signori amici, negli anni della prima giovinezza uscì dal ristretto orizzonte delle colline marchigiane e soggiornò a Venezia (ostaggio della Repubblica per un complicato accordo di pace) e soprattutto a Mantova, ospite dei Gonzaga, dove seguì con profitto gli insegnamenti dell’umanista Vittorino da Feltre apprendendo le discipline letterarie e la filosofia.

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Amante dell’arte della guerra, si era poi dedicato alla redditizia professione di comandante di compagnie militari, ponendosi al servizio dei desideri espansionistici delle varie signorie territoriali dell’Italia centro-settentrionale. Riuscì ad accumulare in pochi decenni una ricchezza e un prestigio ragguardevoli. I successi militari, uniti a una notevole abilità politica, lo portarono, dopo l’assassinio del fratellastro Oddantonio, a diventare egli stesso signore di Urbino, prima con il titolo di Conte e poi, dal 1474, con l’ambito titolo di Duca.

Il sogno di una città ideale

Federico coltivò il sogno di trasformare la capitale del suo territorio in una città in qualche modo ideale, che fosse faro di cultura e patria delle arti. Nel notevole Palazzo Ducale che fece realizzare da Luciano Laurana, un architetto dalmata che aveva appreso la lezione di Leon Battista Alberti, il signore di Urbino raccolse una biblioteca fra le più interessanti e significative del suo tempo, una vera biblioteca principesca che poteva fare a gara con le analoghe collezioni che si trovavano a Firenze e a Pavia. Iniziata con alcuni libri di famiglia, un centinaio, raggiunse con lui il ragguardevole numero di quasi 900 codici, la maggior parte latini, ma anche volgari francesi e italiani, greci, ebraici e arabi, come testimonia l’antico inventario della biblioteca.

Ottaviano Ubaldini della Carda e Battista Sforza

Uomo dotto e intelligente, e anche ben consigliato dall’amico fraterno Ottaviano Ubaldini della Carda e dalla seconda moglie Battista Sforza, acquistò codici importanti sul mercato ma soprattutto seppe commissionare nuovi manoscritti sia rivolgendosi a grandi botteghe librarie, come quella fiorentina di Vespasiano da Bisticci, sia incaricandone direttamente copisti e illustratori. I manoscritti da lui fatti realizzare erano per lo più di lusso, curati nei particolari, a partire dalla qualità della pergamena per continuare con l’eleganza dell’accurata impaginazione ove abili copisti disponevano il testo scritto e per terminare con l’apporto di artisti, decoratori, legatori.

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La biblioteca, forse ancor più del Palazzo Ducale in cui era conservata, celebrando il suo possessore ed esaltandone le qualità di mecenate, adeguate alla persona di un principe raffinato, colto, amante delle arti, contribuì effettivamente alla costruzione dell’immagine pubblica di Federico, come viene testimoniato non solo nelle Vite da Vespasiano da Bisticci, che certamente era testimone di parte, ma anche da altri contemporanei che quando scrivono di Federico non omettono di ricordare la sua libraria.

Uno dei capolavori della raccolta è il Dante Urbinate, oggi Urb. lat. 365, unanimemente considerato il più bel manoscritto della Divina Commedia, un codice dalla storia molto intrigante, a partire dalla decisione di realizzarlo. Due copie dell’opera erano infatti già presenti nella biblioteca, in codici trecenteschi, l’Urb. lat. 366, che oggi sappiamo essere fra i migliori esemplari del testo, ai primi posti dello stemma codicum su cui si costruisce l’edizione critica dell’opera, e l’Urb. lat. 378. Entrambi molto simili fra loro, di origine probabilmente fiorentina, erano molto ben realizzati secondo i tradizionali criteri dei libri gotici, ma non rispondevano al gusto per il libro di lusso che Federico perseguiva tenacemente e che gli aveva anche fatto decidere di non occuparsi di libri a stampa, che considerava dozzinali.

Matteo de’ Contugi, Guglielmo Giraldi

«Degna» della sua biblioteca, espressione appropriata della sua magnificenza, doveva essere invece la nuova Commedia che volle far realizzare. La stesura fu affidata a Matteo de’ Contugi, copista volterrano fra i più apprezzati e famosi, che scriveva nell’elegantissima grafia umanistica allora detta littera antiqua, e aveva a lungo lavorato, tra l’altro, per i Gonzaga a Mantova e per gli Este a Ferrara. La scrittura del volume, che conta quasi 300 fogli, fu compiuta a Urbino ed era terminata alla fine dell’estate del 1478, quando il copista portò tutto il materiale, ancora in fogli sciolti, proprio a Ferrara, per farne realizzare l’illustrazione a un artista librario con cui aveva già collaborato in passato, Guglielmo Giraldi. Fu nella bottega di questi che venne data l’impostazione generale delle illustrazioni che si sarebbero dovute inserire negli spazi bianchi lasciati nelle pagine e fu lì che si iniziò a miniare l’Inferno. Poco più tardi il gruppo di artisti ferraresi, guidato dal principale aiutante di Giraldi, Franco dei Russi, si trasferì a Urbino, probabilmente per assicurare una più rapida conclusione del lavoro, che però si arrestò in modo imprevisto e improvviso nel 1482, al momento della morte di Federico. Si era arrivati quasi alla fine del Purgatorio, ma l’opera non era terminata. Un tentativo di continuarla fu fatto qualche anno più tardi, ma si ridusse a una sola miniatura e a poco altro.

Dovette trascorrere oltre un secolo, durante il quale i fascicoli rimasero non rilegati, prima che Francesco Maria II della Rovere, ultimo Duca di Urbino, tentasse di recuperare lo splendore della corte dando avvio a un nuovo periodo di attività artistiche. Fra le iniziative promosse, la conclusione delle miniature del Dante Urbinate, per le quali vennero eseguiti anche disegni preparatori. Il completamento del Purgatorio e il Paradiso furono affidati a Valerio Mariani, di Pesaro, che vi lavorò con vari aiuti tra il 1603 e il 1616. In quell’anno il codice risulta finalmente legato, con una coperta di broccato giallo, e trova posto per la prima volta nell’inventario della biblioteca.

Quasi un secolo e mezzo era trascorso fra l’inizio e la conclusione del lavoro per realizzare il codice, che ovviamente rispecchia i due diversi stili decorativi, quattrocentesco e seicentesco. Ma le traversie del bellissimo libro non erano ancora terminate. Nel 1631 si giunse all’annessione del Ducato allo Stato della Chiesa, alla morte senza eredi di Francesco Maria II della Rovere, e i manoscritti della biblioteca, destinati per sua disposizione testamentaria alla comunità di Urbino, non presero la strada di Roma come invece fecero altri documenti della città. Nei decenni successivi, diversi furono i tentativi di trasferire la biblioteca, ma solo nel giugno 1657, dopo estenuanti trattative, la comunità di Urbino deliberò di cedere i manoscritti a papa Alessandro VII al prezzo, molto inferiore al valore effettivo, di 10.000 scudi, cui il pontefice aggiunse altri benefici per consentire alla città di ripianare i debiti da cui era oppressa.

Il trasferimento a Roma avvenne entro la fine dello stesso anno, quando i codici, e fra essi il Dante Urbinate, furono depositati nella Biblioteca Apostolica Vaticana, dove sono oggi conservati con ogni cura. Quei manoscritti tuttavia non furono l’unica eredità federiciana a raggiungere la città dei papi: anche a Federico da Montefeltro, al suo Dante, al suo sogno di trasformare Urbino in un faro di cultura si deve in realtà il fatto che proprio da lì sarebbero arrivati a Roma artisti come Bramante e Raffaello.

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