Opinioni

La commissione alla sfida dei campioni europei

di Fabrizio Onida


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(REUTERS)

3' di lettura

Soffiano sull’Europa i venti avversi dei dazi statunitensi, aggravando gli effetti del pesante rallentamento della locomotiva tedesca, mentre la Cina prosegue inesorabile la conquista di nuovi mercati nelle nuove tecnologie digitali. La nuova Commissione europea deve riscoprire obiettivi e strumenti della propria politica industriale. Una politica che non ostacoli, anzi favorisca la crescita di “campioni europei” tecnologicamente avanzati e dotati di forza organizzativa capace di mantenere il controllo del grande mercato europeo e affermare il proprio potere di penetrazione dei mercati altrui.

Le critiche alla recente bocciatura da parte della Commissione della fusione Siemens-Alstom nell’Alta velocità ferroviaria, nonché il lento avvio degli Important Projects of Common European Interest (Ipcei) come elemento portante della strategia di Horizon Europe al 2027 suggeriscono un paio di riflessioni in merito.

Primo tema. Al di là dei timori di una egemonia franco-tedesca (che il prossimo ritiro del Regno Unito accentuerà), occorre dare atto che il manifesto dei ministri Peter Altmaier e Bruno Le Maire su «una politica industriale europea per il 21esimo secolo» (19 febbraio 2019) rappresenta un’importante spinta verso il superamento dell’antica logica dei “campioni nazionali”.

Al tempo stesso va apprezzata la scrupolosità con cui la Direzione Ue sulla Concorrenza, di cui la danese Margrethe Vestager mantiene nei prossimi cinque anni la presidenza, ha sottoposto a severo scrutinio le motivazioni e i limiti di quella decisione, anche se sarebbe auspicabile una maggiore sollecitudine nel rendere pubblici gli atti relativi. Non dimentichiamo che promuovere energicamente la concorrenza sul mercato interno dell’Europa, evitando mega-concentrazioni dell’offerta e soprattutto abuso di posizione dominante da parte degli incumbent, è condizione irrinunciabile per promuovere la spinta innovativa delle imprese, la sostituzione sul mercato delle imprese meno efficienti con altre più performanti, la buona mobilità della manodopera e la crescita del capitale umano. Peraltro, in 30 anni di applicazione delle regole Ue sulla concorrenza, l’Antitrust europeo ha bloccato meno del 5% del valore delle proposte di concentrazione.

Per favorire il raggiungimento di dimensioni aziendali competitive nella gara continentale che stiamo vivendo, di fronte a proposte di fusione-concentrazione europea nel contesto di turbolenza tecnologica e competitiva esterna, il giudizio della Commissione dovrebbe sempre contemplare un certo grado di flessibilità, come alla fine degli anni 70 auspicavano (poco ascoltati) gli antesignani autorevoli della politica antitrust americana Robert Bork (Yale) e Richard Posner (Chicago). Una opzione possibile potrebbe essere non il rigido divieto dell’operazione, bensì una sua approvazione ex ante, sottoposta fin da subito a severe periodiche verifiche ex post sull’effettivo mantenimento degli impegni delle parti quanto a guadagni di efficienza tradotti in calo dei prezzi a vantaggio dei consumatori e maggiori investimenti innovativi. Verifiche rese possibili dalla ormai enorme disponibilità di dati statistici microaziendali e microsettoriali attraverso cloud e accesso a piattaforme di big data. Verifiche accompagnate da una credibile minaccia di robuste multe per il mancato rispetto degli impegni. Una simile opzione significherebbe dare eccessiva libertà di mercato e subordinare la politica ai poteri forti dei giganti multinazionali?

Secondo tema. Già l’articolo 107 del Tfue prevede che la Commissione promuova la collaborazione tra Paesi membri su progetti di «comune interesse europeo» (Ipcei), ma solo nel 2018 si sono mosse le acque, forse ricordando antichi progetti come Esprit, Race, Eureka e altri lanciati negli anni 90 e poi prematuramente esauriti. In vista del prossimo Programma-Quadro 2021-2017 di ricerca e innovazione, la Commissione ha rilanciato la proposta di finanziamenti significativi alla ricerca cooperativa (“pre-competitiva”) per spingere il settore privato a impegnarsi accanto agli Stati e alle Regioni su progetti di largo respiro a valenza sociale e ambientale, fortemente innovativi, ma (proprio perché altamente rischiosi) bisognosi di un esplicito sostegno pubblico. Purtroppo solo uno, probabilmente troppo ampio come copertura settoriale (Microelettronica), è stato finora faticosamente formulato. Rischiamo tempi biblici nella definizione di una intelligente strategia continentale, incompatibili con i tempi decisionali delle imprese che competono sul mercato e con le logiche della rivoluzione digitale in atto nel mondo. Ora Bruxelles sembra muoversi verso la definizione di un secondo progetto sulle batterie, più circoscritto ma della massima urgenza nel quadro della transizione in corso nell’industria mondiale verso la diffusione di veicoli elettrici e ibridi, con obiettivi di risparmio energetico ed eco-sostenibilità ambientale. Aspettiamo la risposta dei governi, dell’industria e delle istituzioni di ricerca.

Una sfida non piccola per la nuova Commissione europea.

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