made in italy

La competitività passa (anche) dalla bellezza

di Bernardo Bertoldi

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3' di lettura

In un mondo dove la crescita interna è ovunque limitata saper esportare è la chiave per assicurare uno standard di vita migliore alle generazioni presenti e future. Da sempre, l’Italia è Paese trasformatore: senza materie prime siamo stati capaci di aggiungere molto nel trasformare ciò che importiamo. Il rapporto «Esportare la dolce vita» del Centro studi di Confindustria ha identificato 467 prodotti “Belli e ben fatti” che valgono 86 miliardi di export e hanno un potenziale di crescita di 45 miliardi.

Confindustria identifica tre assi su cui puntare: promuovere accordi commerciali per contrastare le incertezze, potenziare la presenza sulle piattaforme di ecommerce e contrastare l’Italian sounding. Questo conferma che, in un contesto globale dove i fattori produttivi sono accessibili da tutti, essere l’Italia è un’occasione storica.

Adam Smith, padre della scienza economica, fu il primo a studiare gli scambi internazionali e, partendo dalla sua teoria della specializzazione, capì che c’era un vantaggio nell’esportare ciò in cui si era specializzati. Il suo esempio fu: «L’Inghilterra deve produrre tessuti, la Spagna vino». È probabile che il commercio inglese con i porti di Marsala e Porto abbia aiutato quest’idea, il fatto che i produttori dei vini liquorosi fossero inglesi immigrati e che il mercato di sbocco fosse l’Inghilterra erano condizioni di contorno. Dopo Smith, David Ricardo affinò la teoria definendo il vantaggio comparato: un Paese anche se migliore in termini assoluti nel produrre sia tessuti che vino, deve produrre solo i tessuti e acquisire vino per il suo minor costo opportunità. Le teorie di Smith e Ricardo sono state affinate da Michael E. Porter che ha definito il vantaggio competitivo delle nazioni: non è questione di costo assoluto o comparato, ma di capacità di differenziare il prodotto. Sarà un caso che la maggior parte dei casi discussi da Porter nell’elective di Harvard sul tema siano italiani?

In un mondo globale dove il capitale è sovrabbondante e mobile, il lavoro a basso costo è disponibile a un paio di settimane di nave, la tecnologia è acquisibile e facilmente integrabile con l’open innovation cosa ancora può caratterizzare un territorio? La capacità di fare prodotti differenti per i consumatori partendo da input cui possono accedere tutti: questo facciamo, basandoci su eleganza e simpatia.

Eleganza deriva dal latino eligere (scegliere) che è alla base dei tre componenti del nostro vantaggio competitivo: gusto, creatività, tecnologia. Il gusto è la capacità di scegliere e sintetizzare stimoli esterni con un interiore senso del bello. Ogni italiano è immerso nel bello ed è costretto a sintetizzare molti stimoli neanche immaginabili altrove. Siamo immersi in secoli di laboriosa creazione di questa bellezza anche solo camminando nei nostri borghi. Nessuno di noi può sfuggire a questa educazione: respiriamo il bello. Alcuni lo sintetizzano in ideazioni e prodotti che chi non è italiano non può neppure immaginare. La creatività è la capacità di scegliere e mettere in connessione cose diverse. La nostra apertura mentale, la nostra voglia di conoscere gli altri e di fare festa è base di questa capacità creativa. La tecnologia è la capacità di scegliere come applicare e rendere pratica una tecnica o un’arte. È attraverso una feroce applicazione della propria tecnica o arte che si creano tecnologia, macchine, prodotti con caratteristiche uniche. Non a caso i macchinari sofisticati per i settori di nicchia sono tutti fatti in Italia.

La nostra eleganza, la nostra capacità di scegliere, sintetizzare, connettere gli stimoli della nostra cultura, del nostro paesaggio, della nostra storia ci danno gusto, creatività, tecnologia che sono la base del vantaggio competitivo di ogni impresa italiana sui mercati globali.

Oltre all’eleganza c’è la simpatia, che deriva dal greco sun-patos (patire insieme) ed è la capacità di capire nel profondo gli altri. I nostri prodotti sono adattati ai gusti dei consumatori nel mondo dai nostri imprenditori che sanno entrare in sintonia con le altre culture e comprendere gli altri esseri umani. Lo sappiamo fare perché abbiamo 2000 anni di civiltà sulle spalle, secoli di vantaggio da first mover che danno alle imprese la capacità di differenziarsi.

Perdiamo la nostra eleganza e la nostra simpatia e vedremo sfuggire 45 miliardi di potenziale export e perderemo l’essenza stessa della nostra capacità industriale. Ai nostri imprenditori di fare in modo che ciò non succeda.
Università di Torino

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