ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùA Tavola con - Chiara Valerio

«La comunicazione sta cambiando. Oggi è Netflix a ricordare Dumas»

Scrittrice, editor di narrativa, formazione matematica, da Scauri, è (dietro le quinte) tra le menti più influenti della sua generazione

di Paolo Bricco

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Chiara Valerio - Ritratto di Ivan Canu

Scrittrice, editor di narrativa, formazione matematica, da Scauri, è (dietro le quinte) tra le menti più influenti della sua generazione


6' di lettura

«La contemporaneità ha disarticolato le gerarchie. Ma, questo fenomeno che nel Novecento ha rappresentato un elemento fondamentale di sovvertimento e di forza, di gioia e di divertimento adesso rischia di provocare una liquefazione della realtà e del suo senso. Nessuna risposta nichilista è accettabile».

Chiara Valerio, responsabile della narrativa italiana della Marsilio, è seduta da Codroma, una osteria in Fondamenta Briati, sestriere Dorsoduro. Venezia è sotto un sole tiepido che permette a tutti di mangiare ai tavolini all’aperto, pochi giorni prima che il tentativo di contenere la seconda ondata del Coronavirus costringa gli italiani nelle gabbie delle proprie regioni di residenza.

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Chiara, 42 anni, è una delle persone più nascostamente influenti della sua generazione. Lo è in maniera involontaria. Senza un progetto di potere. Nella innocua geometria di una personalità mite e volitiva in un Paese che, stando al vecchio catalogo redatto tanti anni fa da Alberto Arbasino, sarà anche un “Paese senza”, ma che è sempre ricco di ferocia e di sconclusionatezze.

E nella costruzione di una cultura – condivisa o avversata, non importa – o meglio di una comunità culturale allargata che provi, gradualmente e senza che nessuno lo abbia mai in fondo dichiarato, a trovare un barlume di identità, a non farsi inghiottire dall’ombra dei talenti di chi l’ha preceduta e a superare la drammatica e comica tripartizione temporale stabilita da Edmondo Berselli in “brillanti promesse, soliti stronzi, venerati maestri”.

Lungo il canale passa un ragazzo. Chiede ai clienti dell’osteria se qualcuno ha una cartina da dargli. Chiara si gira, lo chiama e gli regala un intero pacchetto: «Ne ho due, prendine pure uno». Lei ha una formazione scientifica vera e non scontata, completata da un dottorato di ricerca in matematica applicata alla probabilità. Ha scritto romanzi (“Il cuore non si vede”, su un uomo, Andrea, che una mattina si sveglia e non ha più il cuore), libri sulla matematica (l’ultimo è “La matematica è politica”) e ha tradotto Virginia Woolf, per ultimo il romanzo postumo “Tra un atto e l’altro”: «Sto curando insieme ad Alessandro Giammei le lettere fra la Woolf e lo scrittore Lytton Strachey. È meraviglioso il senso di comunità che promana da queste lettere. Non ci sono soltanto le questioni intellettuali o le valutazioni su questo o su quel romanzo. Trovi anche molta umanità minima e molta quotidianità su di loro e sugli amici scrittori. Tanto che io vorrei intitolare questa traduzione “Mondanità e raffreddore”», racconta.

Saluta un amico e una amica che insegnano allo Iuav, anche loro a pranzo in questa osteria: a fatica, lei e gli altri due si trattengono dal baciarsi e dall’abbracciarsi attenendosi alla disciplina degli sguardi affettuosi e delle voci squillanti che stanno costruendo un nuovo alfabeto delle amicizie nel tempo della pandemia. Prendiamo in mano il menù: «In questo periodo devo stare attenta con il cibo. E non posso bere nulla. Da due settimane non bevo né vino a tavola né gin tonic fuori pasto», sorride. Solo acqua minerale per tutti e due, dunque: naturale per lei, gassata per me.

Chiara Valerio ha una passione civile non rissosa, lavora in radio e usa i social-media, ma senza diventare una “estroflessa”, come capita a chi con avvitamento narcisistico distilla, concentra e proietta un altro sé costruendo una seconda identità nel piccolo tinello dei suoi followers. Può piacere o non piacere. Ma ha un pensiero stilisticamente raffinato e generosamente connettivo. Non ha nulla di meschino e predatorio come possono essere meschini e predatori i dirigenti di un settore piccolo e micragnoso come l’editoria italiana. E, soprattutto, ha una naturale avversione alle derive intellettuali pseudo nichiliste e alla lascivia della incompetenza che, nella loro fusione e nella loro indistinguibilità, in tutto l’Occidente costituiscono per la cultura quello che il populismo è per la politica: «Sono di Scauri, in provincia di Latina, al confine fra il Lazio e la Campania. Nella biblioteca dei miei genitori, io e le mie sorelle Silvia e Giulia trovavamo Proust e Harold Robbins, Primo Levi e Tex Willer, Karl Marx e il Giulio Andreotti di “Onorevole, stia zitto”. Quella mescolanza di alto e basso è stata molto importante. E va assolutamente conservata. Nella duplice consapevolezza però che lo spazio culturale è uno spazio aperto e che i canoni esistono. E nella idea che la soggettività pura conduce al nichilismo. Cosa che, invece, non accade quando la soggettività si forma nella relazione».

Nicola, il proprietario dell’osteria, ci chiede che cosa vogliamo mangiare. Ha la gentilezza esausta di chi – fra il pericolo del virus, la mal’ora economica e l’incombenza del lockdown – non sa più che cosa stia per succedere e non ha idea di come fare a tenere in piedi l’esercizio commerciale. «Nicola – gli si rivolge Chiara – se vuoi ti porto dei libri in regalo. Così, a chi viene qui a mangiare o a chi fa un ordine da casa, puoi regalare una copia a tua volta. Io e la mia amica Michela Murgia ne abbiamo portati molti in due ristoranti a Roma, l’Enoteca Ferrara e il Cambio, dove andiamo spesso. L’idea è stata di Michela. Adesso loro lo stanno facendo per il cibo e per il vino: a ogni ordine ricevuto, accoppiano un libro».

Nella ricerca di un equilibrio fra l’urgenza del canone e la misura del pop e nella mescolanza fra la formazione umanistica e la matrice scientifica, Chiara Valerio è figlia del suo tempo ed è nipote del Novecento. Il papà Franco, fisico, lavorava nella sede di Frascati dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, poi ha cominciato a insegnare a scuola e militava nel Partito Comunista quando – in tempi che sembrano lontanissimi - l’iscrizione a un partito non era soltanto una adesione politica, ma anche una esperienza culturale. La mamma Maria Russo svolgeva la mansione di segretario comunale in piccoli centri come Coreno Ausonio.

Perdersi nella noia o nella ripetitività della provincia italiana è facile. Per non farlo contano la famiglia – bella o brutta non importa, l’importante è che non sia indifferente – e gli istinti e le ambizioni individuali. «Fino agli anni Sessanta Scauri era come Gaeta e Sperlonga. Poi, nei primi anni Settanta, c’è stata la speculazione edilizia. Per fortuna, a Scauri mancavano gli architetti. I geometri non costruivano mai al di sopra dei due piani. E, così, noi bambini, il mare, lo vedevamo sempre», racconta mentre ordiniamo.

Lei prende una ricciola con dell’insalata. Io un branzino su un letto di patate. «Amo Venezia – racconta – proprio perché sono cresciuta in provincia. Lavoro alla Marsilio e, quando sono qui, abito in un appartamento a Dorsoduro. In questa città esiste ancora una vita di quartiere. I tempi sono scanditi dai vaporetti. Il servizio di trasporto pubblico funziona. E, poi, raggiungi ogni posto a piedi. A Roma sono sempre stata a Trastevere, dove vivo adesso con la mia compagna Marcella. Potere camminare al mattino presto o rientrare alla sera. Parlare con gli altri. Conoscersi. Per me non è poco».

Arrivano i piatti di pesce. Chiara mi consiglia di prendere anche una caponata di melanzane. Le ore dell’attesa di un lockdown imminente danno un senso di sospensione ma, nel tepore di una giornata di sole improvviso e nella dolcezza degli accenti dei veneziani in una città vuota di turisti, non assumono ancora un senso catacombale. Anche se, davvero, l’idea di un ingresso di tutta la nostra civiltà in una terra incognita è insieme sottile e pervasiva. La patologia del Covid-19 segna un prima e un dopo. Ma, al di là della devastazione prodotta dal virus passato dagli animali agli esseri umani, è tutta la modernità degli ultimi trent’anni ad avere subito una autentica metamorfosi. In particolare, il mondo è stato riplasmato in ogni sua forma dalle tecnologie. «Io amo molto i periodi storici intermedi fra le grandi fasi della storia – spiega – come l’età bizantina. Oggi, con le nuove tecnologie, sta cambiando il formato del linguaggio. Dunque, cambia la storia, nel senso del racconto e della comunicazione. Ma, a quel punto, dato che cambia anche il mezzo, cambia anche la sua sostanza. Facebook è una nuova piattaforma narrativa. Ma, al di là del mezzo, il punto è l’ingegnerizzazione del racconto. E, nel momento in cui mutano fruizioni dei messaggi e senso della narrazione, la cosa interessante è che si instaurano anche, fra un tempo e l’altro e un mezzo e l’altro, delle analogie. Per esempio, esistono meccaniche e meccanismi che assumono nuove formule. Le serie di Netflix vivono su una verticalizzazione dei personaggi e delle situazioni che ricorda il Conte di Montecristo di Alexander Dumas».

La cameriera ritira i piatti e ci lascia la lista dei dolci. Io prendo una bavarese al cioccolato fondente, con il crumble alle castagne e una crema di zucca. Chiara non può, in questo periodo, mangiare dolci. E, nella divagazione alimentata da questa sua disciplina, parliamo dei Tourinot, i piccoli giandujotti inventati da Guido Gobino, e del barolo di Bartolo Mascarello, il vino come doveva essere il vino nel tempo del pleistocene, fuori dalla storia. «Il caffè, invece, quello lo prendo. Mi piace molto», dice con la compostezza monacale di chi monaca non è.

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