corpi intermedi

La concertazione per unire sviluppo e democrazia

di Valerio Castronovo


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3' di lettura

Qualcosa sta cambiando nei rapporti del governo con le parti sociali. La mobilitazione di dodici associazioni di categoria rappresentative di due terzi del Pil italiano, chiamate a raccolta da Confindustria a Torino, e di una massa di “felpe blu” della Confartigianato radunatesi a Milano, ha indotto l’esecutivo a un’incipiente apertura nei riguardi del mondo della produzione e del lavoro, dopo il rifiuto pregiudiziale opposto per lunghi mesi soprattutto dal Movimento cinque stelle a qualsiasi genere di dialogo.

Ma si tratta ora di vedere se agli incontri informali del leader pentastellato e di quello della Lega avvenuti con gli esponenti di imprese e sindacati farà seguito un vero e proprio confronto aperto e costruttivo sui problemi di fondo da affrontare per un effettivo sviluppo dell’economia e dell’occupazione: dagli investimenti nell’innovazione e nelle infrastrutture, a quelli nel capitale umano e nella scuola, dalla riduzione del cuneo fiscale alla semplificazione delle procedure burocratiche.

Questo era infatti l’obiettivo perseguito coralmente dalle diverse componenti del sistema produttivo con il loro messaggio al governo e all’opinione pubblica altrettanto consapevole quanto responsabile: tutt’altro quindi che una prova di forza voluta da certe lobby, come alcuni esponenti gialloverdi hanno cercato sul momento di divulgare per sminuirne la portata. D’altronde, solo alla stretta decisiva del 1993, durante la rincorsa per acquisire il biglietto d’ingresso dell’Italia nell’Unione monetaria europea, si era assistito in passato a un dispiegamento in campo così ampio e solidale delle organizzazioni imprenditoriali e sindacali: a riprova del fatto che la sua analoga riedizione avvenuta ai giorni nostri è dovuta anche questa volta alla constatazione che ci troviamo in una fase ugualmente cruciale, in quanto dipenderà da determinate scelte e risoluzioni in merito alle questioni oggi sul tappeto la sorte futura del nostro Paese.

C’è perciò da augurarsi che la disponibilità espressa infine dal governo per un’interlocuzione con le organizzazioni datoriali e i sindacati non sia per lo più mediatica e contingente ma si traduca, innanzitutto, con l’accantonamento definitivo della tendenza manifestatasi sinora dall’esecutivo alla disintermediazione sociale. Ciò significa quindi che non basta accordare un po’ più di udienza alle istanze di quanti sono rimasti fin qui, in pratica, dei “convitati di pietra”. Occorre riattivare in sostanza i canali e gli strumenti della concertazione (di cui si possono modificare, beninteso, certi rituali), in quanto essa si presta sia alla messa a punto di soluzioni adeguate e condivisibili in fatto di produttività e competitività industriale e dei servizi, sia per l’approfondimento dei temi altrettanto strategici in fatto di ampliamento dell’occupazione e degli spazi dell’inclusione sociale, al di là della logica dell’assistenzialismo.

Del resto, soltanto in tal modo sarà possibile coniugare sviluppo e democrazia, rilancio economico e consenso sociale: da un lato, ponendo le condizioni concrete per un processo complessivo di crescita del Pil; e, dall’altro, disinnescando i rischi di una disgregazione del tessuto connettivo del Paese, di una contrapposizione frontale fra il Sud e il Centro Nord.

A riportare il governo sulla strada della concertazione con i corpi intermedi dovrebbe contribuire non solo la dimostrazione di vitalità e consapevolezza di cui essi hanno dato prova nelle scorse settimane, ma anche il fatto che il Patto della fabbrica, quell’accordo siglato nel marzo scorso fra la Confindustria e le tre centrali sindacali per una sorta di “cooperazione rafforzata” per la definizione di un nuovo modello di contrattazione e di relazioni industriali, ha visto recentemente un’intesa pure in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e prevede inoltre ulteriori impegni bilaterali per la ricerca di un punto d’incontro su costi di lavoro, fisco, formazione, welfare e politiche europee di coesione e sviluppo.

È evidente come quest’ampia convergenza di orientamenti maturata nell’ambito delle parti sociali costituisca una leva importante per il governo qualora voglia agire realisticamente, non arroccandosi più entro schemi e recinti autoreferenziali, in funzione di un efficace piano di sviluppo e modernizzazione del sistema Paese in base a una visione d’insieme lungimirante, di medio termine, in sintonia con le regole basilari della Unione europea e nel quadro delle dinamiche di un mercato globalizzato. Tanto più in considerazione dell’esigenza di approntare per tempo le misure necessarie per far fronte non solo all’epilogo del Quantitative easing ma all’eventualità di una congiuntura recessiva.

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