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La concia italiana prima per innovazione ed ecologia: «Il nostro sistema è il più sostenibile al mondo»

L’Italia è da sempre iI più importante produttore del segmento lusso, una categoria che sta trainando la ripresa del settore. E con la pandemia le aziende hanno aumentato la spesa per essere sempre più all’avanguardia

di Chiara Beghelli

3' di lettura

A Pompei la conceria era il più grande impianto artigianale della città, con decine di vasche: già in antichità, infatti, la produzione di pellami era un’attività diffusa e redditizia, come dimostra la ricchezza dell’adiacente triclinium che apparteneva al proprietario del sito. Il sito riaprirà presto al pubblico anche grazie ai finanziamenti di Unic, l’associazione delle industrie conciarie italiane fondata nel 1946, che oggi rappresenta oltre 1.100 imprese (concentrate soprattutto nei distretti di Veneto, Lombardia, Toscana e Campania) capaci di generare nel 2019 pre-Covid un fatturato di 4,6 miliardi di euro.

Un settore che ha dato vita al made in Italy e ne è il simbolo, visto che marchi globali come Gucci, Ferragamo e Prada sono cresciuti proprio a partire dalla pelletteria, e che in questi mesi sta sostenendo la riscossa del lusso: in maggio l’aggiornamento dell’Altagamma Consensus pubblicato nel novembre 2020 ha stimato che la categoria crescerà del 22% nel 2021, +6% rispetto al report precedente e più di ogni altra categoria.

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L’Italia primo produttore in Europa e primo al mondo per i pellami di lusso

Di pellami l’Italia è il primo produttore in Europa (con una quota del 65%), il primo esportatore al mondo e soprattutto è primo al mondo per produzione ed export di pellami per l’industria del lusso. Un lusso che è necessariamente sempre più sostenibile e che trova nelle concerie italiane degli interlocutori d’avanguardia su questo fronte: «Già da 18 anni pubblichiamo il nostro rapporto di sostenibilità e stiamo continuando a migliorare le nostre performance nell’uso delle risorse, del riciclo e delle emissioni - spiega Fulvia Bacchi, direttrice generale Unic -. Nessuna industria ha i livelli di certificazione come la concia italiana, che peraltro nasce come filiera circolare poiché lavoriamo uno scarto dell’industria alimentare».

La pelle è materiale circolare per eccellenza

Tuttavia proprio questo aspetto, l’origine animale, è alla base delle critiche di alcuni movimenti come Peta e del moltiplicarsi di materiali “alternativi” alla pelle: «Tramite accordi con ong, le pelli che lavoriamo provengono solo da allevamenti non legati alla deforestazione - nota Bacchi -. Il consumatore ha diritto di scegliere un materiale vegano, ma “pelle” può essere definita solo quella animale, come stabilisce il decreto 68/2020. Peraltro, uno studio di Coatings ha evidenziato che spesso i materiali cosiddetti “alternativi” contengono un’elevata quantità di plastica».

La concia Luxethic a base di mandorle messa a punto da Zanellato

L’innovazione punta su conce vegetali e risparmio di risorse

Anche se la pandemia ha rallentato la concia italiana (fermando il fatturato a 3,5 miliardi, -23%), ne ha accelerato la ricerca sulla sostenibilità: «I nostri imprenditori si sono dedicati ancor di più alla ricerca, e oggi ad essa dedicano in media il 4% del loro fatturato, con punte del 10%». Le innovazioni, infatti, si susseguono in tutti i distretti: in quello veneto, Zanellato ha di recente annunciato che entro il 2023 tutta la sua produzione sarà in pelle conciata con Luxethic, formula basata sui gusci di mandorle, mentre è ricavata dalle foglie d’ulivo la concia del pellame Evo di Foglizzo, azienda che nel 2021 celebra 100 anni. Nel distretto campano, la Be Green Tannery di Solofra (Avellino) ha messo a punto un processo che permette di abbattere del 33% l’energia consumata e del 30% l’acqua utilizzata.

Anche gli scarti tornano nobili. E servono nuove professionalità green

La pelle, peraltro, è un materiale doppiamente circolare, perché il 75% dei suoi scarti di lavorazione viene rigenerato: Sciarada, azienda specializzata negli scamosciati di Castelfranco di Sotto (Pisa), ha lanciato Evolo, recuperando e rigenerando gli scarti di lavorazione del camoscio con il processo Re-Suede; dal 2019 è attivo il progetto Ri-Leather per il riutilizzo e il riciclo degli scarti di pelle, al quale partecipano, oltre alla Stazione Sperimentale per l’industria della pelle di Pozzuoli (centro di ricerca attivo fin dal 1885 e al quale partecipano tutti i quattro distretti italiani) le aziende venete Conceria Montebello, Conceria Corradi, le chimiche Biodermol e Real Color. La sostenibilità sta dando vita anche a nuovi profili professionali per l’industria: la Stazione sperimentale ha appena lanciato un corso per “Innovation leather manager”. «Di figure del genere avremo sempre più bisogno», conclude Bacchi.

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