QUALE FUTURO

La concretezza può salvare l’Europa ideale

di Alberto Quadrio Curzio

Sergei Stanishev, Gianni Pittella e Thomas Oppermann (Ansa)

4' di lettura

La ricorrenza dei 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma del 25 marzo celebra una costruzione che è un esempio di portata storica di convergenza e anche di integrazione tra Paesi e gruppi di Paesi della Ue oggi a 27 Stati. La dichiarazione che verrà firmata dei capi di Stato e di Governo non potrà andare oltre con progetti che propongano soluzioni ai molti problemi che oggi attanagliano la Ue e la Uem. Speriamo però che non si rinunci a sottolineare, contro la vulgata corrente, che il vero successo è l’economia della Ue giunta a gareggiare con gli Usa come la prima al mondo, avendo però l’Europa un sovrappiù di civiltà che garantisce anche ai più deboli le protezioni sociali. Ideali e concretezza hanno reso grande la Ue e questo risulterà nella dichiarazione di Roma di oggi, anche se l’enfasi maggiore sarà sugli ideali ed è bene sia così.

Il Progetto dei cinque presidenti
Completare la Uem è l’obiettivo del Progetto la cui prima versione del 2012 porta le firme di quattro presidenti della Commissione, della Bce, del Consiglio, dell’Eurogruppo (Barroso, Draghi, Van Rompuy, Juncker) e la cui versione più recente detta dei cinque presidenti per l’aggiunta del presidente del Parlamento (Juncker, Draghi, Tusk, Dijsselbloem, più Schulz) è del 2015. Questo progetto ha già portato a importanti risultati malgrado le oscillazioni dei capi di Stato e di Governo. Nella evoluzione di quasi 5 anni due personalità hanno avuto un ruolo costante nel progetto: Draghi e Juncker. Un banchiere centrale e una personalità politica con un elemento in comune: la capacità di comprendere l’economia e le istituzioni che la governano. Sappiamo che Draghi ha governato di fatto nella crisi quasi tutta l’economia dell’Eurozona, ma molti ancora sottovalutano il ruolo di Juncker da quando è presidente della Commissione europea. Il piano per gli investimenti in Europa e la maggiore flessibilità dei bilanci nazionali a fronte di riforme e di investimenti sono suo merito.

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Il Progetto dei 5 presidenti si snoda fino al 2025 su quattro filiere di intervento: unione economica per convergenza, prosperità e coesione sociale; unione finanziaria per completare l’unione bancaria e varare l’unione dei mercati dei capitali; unione di bilancio per garantire politiche di bilancio solide e integrate; controllo democratico, per la legittimità e il rafforzamento istituzionale rivedendo la costruzione politica dell’Uem. Per ora i progressi si sono fatti sull’unione bancaria proprio perché Draghi ha saputo governare un cambiamento enorme e proprio perciò da completare.

Il Progetto del Parlamento europeo
Una delle tre risoluzioni dei primi di febbraio del Parlamento europeo riguarda specificamente l’Eurozona e ha una evidente complementarietà con il Progetto dei 5 presidenti. A noi interessa molto per la creazione di una capacità di bilancio autonoma e per il potenziamento-trasformazione di entità economico-finanziarie già esistenti.

Il bilancio per la Uem dovrebbe essere aggiuntivo a quello della Ue con entrate erogate dagli Stati della Uem dapprima e poi con entrate proprie. La ratio dell’Eurobilancio è che la situazione economica attuale richiede una strategia di investimento unita al risanamento e alla responsabilità di bilancio nel contesto di una nuova governance europea. Ciò significa che le riforme strutturali dei singoli Paesi vanno accentuate ma nel contempo che gli interventi dell’Eurobilancio dovranno da un lato sostenere gli Stati nelle riforme per la convergenza e nella risposta a shock asimmetrici e dall’altro contrastare shock simmetrici per tutta la Uem.

Nella risoluzione c’è anche un di più espresso dalla cruciale affermazione che «la capacità di bilancio della zona euro dovrebbe essere integrata da una strategia di lungo periodo per la sostenibilità del debito e la riduzione dello stesso, nonché il potenziamento della crescita e degli investimenti nei Paesi della zona euro, il che abbasserebbe i costi complessivi di rifinanziamento e il rapporto debito/Pil». Qui intravediamo una parziale mutualizzazione del debito che si innesta anche sul potenziamento-traformazione del Meccanismo europeo di stabilità, che deve diventare Fondo monetario europeo con una capacità di erogare e contrarre prestiti. Se così fosse si aprirebbe la strada agli Eurobond su cui in passato il Parlamento europeo si è espresso a favore.

Il Progetto della Commissione
Il libro bianco della Commissione europea è il progetto con cui Juncker ha disegnato la sua azione politica fino alle elezioni europee del 2019 e alla fine del suo mandato ma con un orizzonte fino al 2025. Abbiamo di recente scritto che l’apparente genericità dei 5 scenari del progetto serve invece a costringere dibattiti fumosi entro opzioni specifiche. In definitiva Juncker implicitamente dice: non divaghiamo ma scegliamo ed operiamo in base a quanto già sappiamo. Per noi emerge la centralità dello scenario 3 («Chi vuole di più fa di più») dove l’Eurozona (o parte della stessa) andrebbe rafforzata con la cooperazione in difesa, sicurezza e giustizia e con bilanci aggiuntivi per fini comuni (mentre non si fa cenno agli Eurobond a favore dei quali Juncker si era espresso in passato). E qui la triade Francia-Germania-Italia è centrale purché il nostro Paese riesca a ridurre il debito pubblico. È la base su cui (con lo scenario 4) si possono attuare anche con altri Stati della Ue cooperazioni rafforzate su singole filiere. Questo progetto sarà via via reso esecutivo in base sia a precedenti progetti settoriali in attuazione (tra cui industria e infrastrutture) sia a nuovi.

Ideali e concretezza
Nella costruzione europea questo binomio ha sempre operato ma con causazioni variabili. Talvolta gli ideali hanno dato forza alla concretezza, talvolta è stato il contrario. Da qui al 2025 per noi sarà la concretezza, purché retta da progetti come quelli prima citati, che darà forza agli ideali. In questo, ha fatto bene Juncker a mettere a «icona» del libro bianco il principio enunciato Robert Schuman nella sua dichiarazione del 9 maggio 1950 secondo cui «l’Europa (...) sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto».

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