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La condanna per reati di droga non basta per espellere il rifugiato

Applicato il decreto Lamorgese 173/2020, che impedisce il respingimento di chi ha ottenuto la protezione umanitaria perché a rischio di persecuzione nel paese d’origine

di Patrizia Maciocchi

(Afp)

2' di lettura

La condanna ad oltre quattro anni di carcere, per reati legati agli stupefacenti, non basta per far scattare l'espulsione della cittadina nigeriana, alla quale è stata riconosciuta la protezione umanitaria per la sua omosessualità, considerata reato nel suo paese d'origine. La Cassazione, con la sentenza 42029, accoglie il ricorso dell'immigrata, classe '71, nei confronti della quale - dopo la condanna a 4 anni e tre mesi e circa 20 mila euro di multa - era stata disposta l'espulsione a pena espiata.

Il Testo unico sugli stupefacenti

Il testo unico degli stupefacenti (Dpr 309/1990) con l'articolo 86, apre all'espulsione in caso di condanna superiore a due anni, sola o congiunta alla pena pecuniaria e quando il condannato è considerato socialmente pericoloso. Nello specifico dunque, la decisione era giustificata, ad avviso della Corte d'Appello, oltre che dal tetto di pena ben più alto, da precedenti della stessa indole e dal fatto che il carcere non aveva rappresentato per l'imputata un deterrente. E tanto bastava a dimostrare la sua pericolosità sociale. Ma la Suprema chiarisce che la misura di sicurezza dell'espulsione non poteva essere applicata.

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Il decreto Lamorgese e le norme sovranazionali

Ad impedirlo c'erano le disposizioni del cosiddetto decreto Lamorgese (Legge 73/2020), che a sua volta ha recepito le indicazioni della giurisprudenza, in tema di respingimenti nei confronti di chi gode di protezione umanitaria. Il decreto Lamorgese che ha integrato il testo unico dell'immigrazione, va letto - sottolineano i giudici di legittimità - alla luce delle fonti sovranazionali. La Convenzione europea dei diritti dell'Uomo, la Carta di Nizza e le direttive Ue, tese a tutelare non solo i soggetti ai quali spetta lo status di rifugiato, ma anche quelli che hanno ottenuto la protezione sussidiaria. Nel caso esaminato la ricorrente era stata sottoposta a persecuzioni in Nigeria perché omossessuale. Condizione che le era valsa la protezione umanitaria e dunque una tutela che impediva l'espulsione, come previsto dall'attuale Testo unico dell'immigrazione. L'articolo 19, comma 1, integrato appunto dal Dl Lamorgese, stabilisce, infatti, che «in nessun caso può disporsi l'espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di orientamento sessuale, di identità di genere, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali, ovvero possa rischiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione». C'è poi - aggiunge la Suprema corte - il comma 1. 1, sempre dell'articolo 19, che sbarra la strada a respingimenti ed espulsioni verso altri Paesi quando esiste un fondato rischio di trattamenti inumani e degradanti.

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