fiscal view

La confusione delle voci non può far bene al Fisco

di Maurizio Leo


Ernesto Maria Ruffini (Imagoeconomica)

2' di lettura

Finalmente si è definitivamente insediato, a capo dell’agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini. La sua nomina, di certo, può essere accolta con favore vista la già ampia esperienza, la competenza e, soprattutto, la capacità di sviluppare “da esterno” un punto di vista nuovo e, quindi, più disponibile al cambiamento. L’idea di fondo sembra quella di un’amministrazione caratterizzata da meno burocrazia e più dialogo. Va detto, però, che il lavoro è semplificato perché già da tempo è iniziato un percorso che ha condotto l’Agenzia a essere una delle amministrazioni più moderne dello Stato. Anche se ciò certamente non significa negare che ci sia una necessità di miglioramento e di ulteriore allineamento con le best practise internazionali.

Detto questo, non vorrei che il ruolo dell’agenzia delle Entrate fosse “sopravvalutato”, nel senso che possa pensarsi che è solo grazie a essa che il rapporto fisco-contribuente funzioni. L’Agenzia, infatti, svolge l’importante ruolo di interpretare le leggi e di utilizzarle anche per contrastare l’evasione fiscale, ma non fa le leggi. Il sistema fiscale non si esaurisce con e nell’agenzia delle Entrate; se così fosse (qualcuno la pensa così) certamente non sarebbe giusto. Ecco, in questa prospettiva, l’attuale assoluta confusione che regna nel sistema fiscale, brillantemente descritta da Salvatore Padula pochi giorni fa, dipende, a mio giudizio, da evidenti errori del legislatore tra scelte “strategiche” sbagliate e approssimazioni tecniche.

Il primo errore “strategico” che il legislatore fiscale ha fatto è quello di interpretare il proprio ruolo, attuando interventi minimali e quasi tutti orientati solo al recupero di gettito; il secondo è quello di pensare che una proficua azione di lotta all’evasione passi dall’attribuzione, a contribuenti e professionisti, di sempre maggiori adempimenti.

Sono maturi i tempi per un intervento organico e onnicomprensivo, teso a una revisione globale dell’imposizione, attraverso una riduzione della stessa e un riposizionamento del prelievo per renderlo più efficiente ed effettivamente redistributivo. Allo stesso tempo, non è più possibile aggiungere adempimenti, ma è più proficuo, e probabilmente più “etico”, lavorare sulla massa di dati già a disposizione. Insomma, bisogna immaginare un Fisco con più banche-dati interoperabili e interconnesse e meno burocrazia inutile.

È chiaro che intervenire sul sistema fiscale oggi è complesso, perché si sono stratificate troppe norme spesso incoerenti e a volte illogiche. Alcuni errori, però, sono francamente evitabili. Si pensi a quanto avvenuto negli ultimi giorni con proroghe concesse con modalità opinabili (i “comunicati-legge”), quando perdevano di senso (dopo la scadenza dei versamenti) e non estese, ingiustificatamente, a tutti (ai titolari di reddito di impresa e non ai professionisti). Bisogna che ciascuno faccia la propria parte: il Governo dia un corretto indirizzo politico in materia fiscale, il Parlamento lo verifichi e lo attui e l’Agenzia ne curi la corretta applicazione. E tutto ciò senza che contribuenti e professionisti abbiano inutili complicazioni né, tantomeno, danni. Insomma, c’è bisogno di un Fisco ordinato e perché ciò avvenga è necessario che tutti gli “orchestrali” sappiano leggere le partiture. Altrimenti la “cacofonia” sarà inevitabile.

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