DA OGGI SU RAISTORIA

Marta Cartabia, la Consulta e le donne tra storia e diritti

di Eliana Di Caro


default onloading pic
La presidente della Consulta, Marta Cartabia (Ansa)

3' di lettura

«Anni fa un ragazzo delle medie mi chiese, alla fine di una breve spiegazione sul lavoro della Corte costituzionale: “Professoressa, è più difficile giudicare le leggi o gli uomini?”. Una domanda che, nel suo candore, mi fece riflettere. Noi possiamo giudicare al meglio le leggi quando teniamo nell’orizzonte del nostro ragionare la persona verso cui la decisione esplicherà degli effetti». Così Marta Cartabia, presidente della Corte Costituzionale dallo scorso 11 dicembre, spiega con chiarezza l’essenza del lavoro svolto dai quindici componenti della Consulta. Lo fa nella prima puntata (sono sei in tutto) del programma che comincia stasera su Rai Storia alle 20.40, intitolato «Senza distinzione di genere. La Corte Costituzionale e i diritti della donna»: si alternano immagini storiche a momenti nei quali la presidente, prima giudice a ricoprire questo incarico, è intervistata da Stefania Battistini seguendo il filo conduttore dei diritti delle donne e della loro tutela, un tema rispetto al quale la Corte è stata molto sensibile e a volte determinante con le sue sentenze. Le prossime puntate riguarderanno la parità coniugale, l’accesso alla politica e alle cariche pubbliche, l’interruzione di gravidanza, la salute della madre e del bambino, la violenza di cui le donne sono vittime, le riforme dell’ordinamento penitenziario.

La puntata di stasera prende le mosse dalla nascita della Corte nel 1956 (presidente Enrico De Nicola) e si sofferma sull’accesso alla magistratura consentito alle donne solo nel 1963 (il primo concorso giunse a compimento due anni dopo) analizzando il percorso tortuoso che condusse a questo risultato. Sono ricordate le leggi degli anni 50 che ammettevano le donne nelle giurie popolari e nei tribunali per i minori, con le testimonianze di un paio di figure femminili orgogliose del loro ruolo in quei consessi. In seguito a quella prima apertura, sarà poi dirimente la tenacia della campana Rosa Oliva: laureatasi in Scienze politiche, aspira alla carriera prefettizia, una strada che le è preclusa in quanto donna (vale la pena ricordare la battaglia di Teresa Mattei già durante la Costituente per superare uno sbarramento incomprensibile, vanificata da un voto segreto). Oliva chiede al suo professore un intervento in qualità di avvocato e, racconta Cartabia, Costantino Mortati (uno dei più luminosi costituzionalisti italiani) fa in modo che la legge incriminata giunga alla Consulta. Lui «imposta però la difesa in senso molto tecnico, non punta sui diritti. È la Corte (con la sentenza numero 33, ndr) a dire “prima ancora che un problema tecnico qui c’è la violazione di un diritto, l’uguaglianza tra i sessi” sancita dall’articolo 51». Una pronuncia che ha poi portato il Parlamento a legiferare cancellando il provvedimento di epoca fascista.

Certo, fa effetto vedere un cronista che nel 1962 rivolge a una giovane, tra le prime nove in Italia a entrare nell’amministrazione giudiziaria come cancelliere a Verona, domande di questo tenore: «Come mai una professione così pensosa, così piena di responsabilità per una ragazza di 23 anni?» o «Lei pensa, signorina, che la donna sia abbastanza adatta a sedere nei tribunali, a far parte degli uffici giudiziari?». Da allora sono cambiate molte cose, benché sia necessario aspettare il 1996 per vedere una giudice – Fernanda Contri – alla Corte costituzionale. Significa che molte decisioni su temi legati all’universo femminile sono state esito di un collegio di soli uomini. «La presenza di donne nel collegio è importante quando si tratta di decidere su questioni che riguardano le madri, i figli, la famiglia», osserva Cartabia ricordando il caso della durata della maternità delle madri adottive: lei premeva perché fosse uguale se non superiore a quella delle madri biologiche, trattandosi di un rapporto che va costituito e consolidato. Ma la presidente aggiunge un concetto fondamentale: «Le Corti devono assomigliare alle società in cui vanno a operare, quindi conta non solo la presenza femminile. Penso a giudici dalla diversa provenienza geografica, di generazioni diverse... La varietà, nel momento in cui la società si fa multietnica, multiculturale è importante proprio per la funzione giurisdizionale intesa come neutrale. Il giudice non può spogliarsi di quello che è», del suo vissuto, della sua dimensione valoriale. Per questo devono esserci «nella composizione del collegio diverse prospettive, in modo che la voce della Corte sia davvero neutrale». Un luogo dove «l’opinione si raffina e si forma nell’ascolto degli altri». Ci sono cenni anche all’esordio di Cartabia alla Consulta. Fu nominata nel 2011 dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sola accanto a 14 colleghi. Una situazione non facile, si intuisce tra le righe: «C’erano l’imbarazzo e i privilegi dell’eccezione. Ero molto coccolata, ma mi sentivo un pochino sotto osservazione. La presenza di altre donne (Daria De Petris e Silvana Sciarra, ndr) ha reso tutto più normale... Indossare giacche colorate, farsi una risata, offrire un tè. Un ambiente più naturale».

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...