l’udienza di oggi

La Consulta: legittimo l’accorpamento dei Forestali ai Carabinieri


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È legittimo l'assorbimento del Corpo forestale dello Stato nell'arma dei carabinieri. Lo ha deciso la Corte costituzionale che si è riunita oggi in camera di consiglio per discutere le questioni sollevate da tre Tribunali amministrativi regionali (Abruzzo, Veneto, Molise) sulla legittimità della riforma che nel 2016 ha soppresso il Corpo forestale dello Stato (CfS) e ha previsto l'assorbimento del personale nell'Arma.

In attesa del deposito della sentenza, l'Ufficio stampa della Corte fa sapere che al termine della discussione le questioni sono state dichiarate non fondate. La Corte ha ritenuto che sia la legge delega sia il decreto delegato non presentano vizi di costituzionalità in quanto le relative scelte sono il frutto di un bilanciamento non irragionevole tra le esigenze di riorganizzazione dei servizi di tutela forestale e quelle di salvaguardia delle posizioni del personale forestale.

Con la riforma che ha assorbito la Forestale nei carabinieri (la legge Madia 7

agosto 2015, n. 124 recante «Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche» e il conseguente decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 177), il personale del Corpo che voleva continuare a operare nel comparto sicurezza ha dovuto accettare una “militarizzazione forzata”. Così alcuni ex appartenenti al Corpo forestale che volevano restare nel comparto sicurezza ma non diventare militari hanno fatto ricorso. E i tre Tar che ne sono stati investiti, Abruzzo, Veneto e Molise, hanno portato la questione davanti alla Consulta: secondo i ricorrenti, le limitazioni dovute alla militarizzazione (un militare non può scioperare e non gode di una vera libertà sindacale e vede compresse la libertà di associazione e di esercizio dell'attività politica) «non hanno giustificazioni ragionevoli» perché la riforma non realizzerebbe nemmeno i suoi obiettivi di dare una maggiore efficienza alle forze di polizia e contenere i costi. Dal canto suo la presidenza del Consiglio, che ha chiesto il rigetto dell'istanza, sosteneva che nella riforma erano stati correttamente bilanciati tutti gli interessi costituzionali in gioco, compresa la tutela del lavoro.

Secondo le argomentazioni messe sul tavolo dagli avvocati dei ricorrenti, con la militarizzazione c'è stato un «sacrificio clamoroso dei diritti dei lavoratori» perché il risparmio di spesa voluto dalla riforma poteva essere raggiunto accorpando il Corpo forestale alla polizia di Stato. Risparmio che nella realtà, secondo gli avvocati, non ci sarebbe nemmeno stato, considerato che solo le spese di approntamento del passaggio della Forestale all'arma dei carabinieri sarebbero ammontate a 33 milioni di euro e non sarebbe stata compiuta nessuna delle dismissioni immobiliari previste. Non solo: per gli appartenenti alla Forestale «non c'è stata una vera libertà di scelta»: troppo pochi i posti disponibili nelle altre amministrazioni (600, meno del 10% del personale), con il rischio di finire, in caso di non accettazione della domanda, in mobilità. Da censurare per i legali anche il «tradimento della delega» da parte del Governo, che non avrebbe rispettato l'indicazione ricevuta dal Parlamento di rispettare le «peculiarità» delle forze di polizia coinvolte nella riorganizzazione, come quella di «polizia civile» propria della Forestale con la nascita della Repubblica.

«L'articolo 97 della Costituzione impone allo Stato di organizzare la pubblica amministrazione in modo di assicurane il buon andamento. E la confluenza della Forestale nei carabinieri realizza questo principio», hanno replicato gli avvocati dello Stato in rappresentanza del governo, che hanno parlato di una «buona riforma» e spiegato che la scelta è ricaduta sull'Arma perché ha funzioni e distribuzione territoriale piùsimili a quelle della Forestale. I diritti dei lavoratori, secondo la loro tesi, non sono stati compressi: «La militarizzazione poteva essere evitata chiedendo il transito nelle altre amministrazioni» e comunque «diritto al lavoro non significa diritto alla conservazione di un determinato posto di lavoro», altrimenti sarebbe impossibile procedere a qualsiasi riorganizzazione.

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