sbagliando si impara

La contaminazione carta-schermo è la tecnologia più efficace dei nostri tempi

I nativi digitali deve contaminare la propria zona di comfort con strumenti che li aiutino a rallentare ed approfondire senza farsi prendere dalla frenesia

di Giulio Xhaet *


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(AP)

3' di lettura

La scelta tra gli schermi e la carta come principale strumento di lavoro ci coinvolge tutti e ha creato dibattiti infiniti, anche perché è spesso inserita nella contrapposizione generazionale tra i famigerati “nativi digitali” e “immigrati digitali”. Innanzitutto, si sbaglia spesso a inquadrare il problema a livello anagrafico, perché i nativi digitali vengono identificati come millennial. Ma a ben vedere questi ultimi, nati tra gli anni 80 e 90, sono cresciuti in un mondo ancora fortemente o parzialmente analogico.

Quando una persona sta attraversando l’infanzia e l’adolescenza, il cervello raccoglie gli stimoli esterni e li trasforma in abitudini che condizioneranno quest’individuo per tutta la vita. La tecnologia principale con cui i millennial e le generazioni precedenti sono cresciute abituandosi a interagire è la «tecnologia foglio di carta». Il foglio e la scrittura sono una tecnologia lineare, che flirta con l’approfondimento. Un libro o un plico di fogli sono fermi, stabili, li posso stringere in mano, li posseggo completamente. Sono limitati, nel senso che hanno un inizio e una fine: sono oggetti a misura d’uomo. Inducono a rallentare, a prendersi del tempo dedicato per leggerli, per riflettere e scavare tra le pieghe.

I veri nativi digitali sono le persone nate a cavallo del nuovo millennio. È la “Generazione Z”, i teen ager e i ventenni che in gran parte non hanno ancora messo piede nel mondo del lavoro. Sono cresciuti in una realtà digitalizzata, con lo smartphone in mano. Sono abituati ad approcciare il sapere smanettandoci sopra. Prima smanettano, poi imparano. Invece, startupper e imprenditori che oscillano tra i 25 e i 40 anni, millennial rampanti alle volte manager di aziende, responsabili dell’innovazione, capaci, quotati, abili: anche loro, nel profondo, sono “nativi cartacei”. Io sono e rimarrò sempre un nativo cartaceo, un immigrato digitale.

Fatevi questa domanda: quale tecnologia preferite usare quando vi trovate nel mezzo di un lavoro difficile, di un momento critico ad alta tensione, magari in ansia e sotto stress? Preferite un foglio e una penna? In tal caso, la vostra zona di comfort è la carta: siete immigrati digitali. Preferite invece uno smartphone, un tablet o simili? In tal caso, la vostra zona di comfort è lo schermo: fate parte dei nativi digitali.

Lo schermo non è a misura d’uomo, perché non ha inizio e non ha fine. Al di sotto, scorre l’infinito. Il movimento che induce è una navigazione instabile, ondivaga. Non si può tenere in grembo un sito come si fa con un giornale. Non puoi stringere in mano Internet, nemmeno una sua piccola parte. Quando leggo un report o un dossier online particolarmente interessante, avverto l’impulso a stampare il documento, a trasformare la volatilità dello schermo nell’immobilità della carta. Sento la necessità di prendere appunti con lo stilo di una penna stretta tra le dita: ho la netta impressione di assorbire di più i concetti, di andare più a fondo, di non farmi scappare qualcosa.

Non sapete quanti, tra innovatori digitali trentenni e quarantenni, competenti e appassionati di digitale, mi hanno confessato che nei momenti critici… si stampano le mail. E quindi? Tutti devono mettersi a stampare l’online? Oppure tutti dovrebbero tuffarsi negli schermi?
Ovviamente né l’uno, né l’altro. Lo scontro che prevede schierate da una parte donne e uomini romantico-nostalgici che tengono stretti faldoni pesanti ma poetici, e dall’altra donne e uomini rapidi, efficaci, smart, dall’aspetto ipercinetico, non ha mai visto veri vincitori.

Un immigrato digitale deve imparare a contaminare la sua zona di comfort con lo schermo, a farselo amico anche durante i momenti critici. Un nativo digitale deve contaminare la sua zona di comfort con strumenti che lo aiutino a rallentare e così approfondire. Quando stampo un documento, lascio lo schermo pronto a essere attivato, per sviluppare le riflessioni nate maneggiando la carta. Sento la necessità di varcare i confini dell’analogico, di esplorare in diretta le sorprese dei contenuti semi-infiniti di internet, di scambiare idee con persone che in diversi dove istantanei si trovano come me a scrutare Internet.

Il link tra carta e schermo è la tecnologia più efficace per i nostri tempi instabili e contraddittori, che ci chiedono così tanta velocità e, allo stesso tempo, una crescente capacità di analisi e riflessione. I “contaminati”, ovvero le persone a cavallo tra diverse discipline e che sviluppano passioni differenti, non si muovono in modo lineare: all’occorrenza intercettano il tradizionale e quanto mai necessario approfondimento analogico. Teletrasportano l’attenzione da un punto all’altro del mondo spinti dalla propulsione degli schermi, polverizzando vincoli spaziali e temporali. Poi trovano un’ansa di interesse che necessita un’attenzione dedicata. Allora scendono dagli schermi e si mettono a stilettare in profondità.

Scegliamo i pixel, e scegliamo la cellulosa: è tempo di ibridare. Insegnate ai vostri fogli e ai vostri dispositivi a fare l’amore insieme: fateli folleggiare. Potrebbero nascere cose incredibili.

* Partner di Newton S.p.A.

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