covid-19 tra salute ed economia

La convivenza necessaria per ripartire

di Giuseppe Valditara

3' di lettura

Dopo due mesi di notizie terrificanti e di immagini strazianti legate al diffondersi della pandemia, gli italiani hanno bisogno di ottimismo. Non possiamo continuare a vivere solo di lugubri e fosche previsioni.

Partiamo da alcuni dati. Uno studio fatto presso l’ospedale pediatrico Burlo di Trieste ha testato 727 dipendenti. A fronte di 1 caso noto di Covid-19, il 17,2% è risultato immune, si tratta dunque di personale, sanitari e amministrativi, che aveva già contratto la malattia senza saperlo. Analogo screening è in corso all’ospedale San Martino di Genova che starebbe testando 8mila lombardi e 2mila liguri, tra quanti hanno avuto forme influenzali non classificate come Covid: circa il 15% avrebbe rivelato anticorpi al virus. A Robbio è stata esaminata la cittadinanza: su circa 900 test, si è scoperto che l’11% della popolazione aveva già fatto la malattia. Anche in Germania iniziano ad affiorare percentuali analoghe: del 15% a Gangelt.

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Se così fosse, non sembrano strampalate quelle ipotesi avanzate, per esempio dal prof. Luca Ricolfi, che stimano un numero di immuni oscillante fra i due e i quattro milioni, o forse anche più, come alcuni studi britannici indicherebbero. Attualmente il grado di letalità del virus è stimato al 13,4% (dato del 22 di aprile), riferito però a 187.327 casi e 25.085 morti. È evidente che se i contagiati dall’inizio della epidemia fossero invece alcuni milioni, il tasso di letalità sarebbe assai basso, non di molto sopra l’1%, anche considerando, come alcuni suggeriscono, una mortalità effettiva da Covid superiore a quella ufficiale.

Vi è poi un altro elemento che va calcolato. L’alta mortalità iniziale è dipesa intanto da gravi errori di gestione dell’epidemia, come dimostra l’alto numero di morti da Covid – finora circa 3mila – nelle Rsa. A ciò si aggiunga un’alta mortalità fra il personale sanitario che è stato lasciato drammaticamente solo senza nemmeno le mascherine protettive: non a caso circa il 10% dei contagiati si conta proprio entro questa categoria. Inoltre, essendo le conoscenze del virus ancora scarse, le terapie nelle prime settimane sono state meno efficaci di quelle oggi utilizzate. Penso solo all’uso odierno di farmaci, fra l’altro a basso costo, come eparina, aspirina e clorochina che hanno ridotto i ricoveri in terapia intensiva. Si è poi rivelato decisivo un precoce trattamento della malattia. La sottovalutazione della importanza dei tamponi fin dalle prime fasi dell’infezione ha fatto sì che molti casi giungessero in ospedale ormai in condizioni gravi.

A ciò va evidenziato che circa l’80% delle morti riguarda persone sopra i 70 anni, spesso con altre patologie concomitanti. È evidente che agli ultrasettantenni dovranno essere suggerite particolari cautele pure nella fase dello sblocco.

L’utilizzo di determinati accorgimenti potrà poi ridurre l’impatto dell’epidemia, purché ci sia da parte delle istituzioni una strategia chiara e mezzi sufficienti.

Uno studio del Politecnico di Milano ha per esempio individuato tipologie di mascherine filtranti al 100% e protettive al 95%: l’uso obbligatorio di mascherine è destinato a diminuire i contagi.

Una campagna di tamponi e test sierologici diffusi – molto più di quanto fatto finora – sarà fondamentale per contenere la diffusione del virus e bloccare nuovi focolai. L’utilizzo di app di tracciamento, purché sufficientemente diffuso, può individuare precocemente persone infettate da chi si sia rivelato positivo al virus, riducendo ulteriori contagi e favorendo trattamenti precoci. Le strutture di contenimento per soggetti positivi, come alberghi, caserme, seconde case etc., peraltro a oggi ancora troppo poche (12mila, a detta della Protezione civile, su quasi 90mila positivi ristretti presso la propria residenza) potrebbero abbattere il contagio famigliare. A questo proposito già Giorgio Parisi, presidente dell’Accademia dei Lincei, denunciava oltre un mese fa come in Cina il 77% dei contagi si fosse sviluppato in famiglia.

Pur con tutte le necessarie cautele a garanzia della salute pubblica, dobbiamo cambiare atteggiamento: non possiamo permettere che il virus crei cedimenti nella psiche collettiva e paralizzi l’Italia con danni irreparabili per l’economia e l’occupazione.

In attesa che medicine e vaccini spazzino via definitivamente il male, si deve aprire alla ricostruzione materiale e psicologica del Paese, ridando agli italiani una speranza alimentata da proposte serie ed efficaci di rilancio.

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