editorialeMICROCOSMI

La cooperazione erode il consenso della camorra

di Aldo Bonomi

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(Ansa)

3' di lettura

Guardando a Napoli, mi sono chiesto se è possibile, con un lavoro sociale e di territorio, contrastare la sottocultura da comunità maledetta della camorra e far prevalere una civilizzazione da comunità di cura e forme di convivenza da comunità operosa. Direi di sì, se guardo all’esperienza della Nco-Nuova cooperazione organizzata che ha rovesciato in cura e operosità la sigla maledetta nuova camorra organizzata. La sua genesi rimanda al martirio pastorale di Don Peppe Diana, ucciso nella chiesa di San Francesco a Casal di Principe nel 1994. Da quel rovesciamento di rivolta, non solo lessicale, nasce una rete di cooperative sociali accompagnate e sostenute dalla Fondazione con il Sud, uno dei grandi lasciti della presidenza Guzzetti delle fondazioni.

Il Consorzio Nco ha sede ad Aversa. Le cooperative sono partite dalle fragilità umane, dal disagio psichico, dalla disabilità, dalla solitudine degli anziani, dai margini sociali, dai tossicodipendenti e non solo, per giungere al fare impresa agricola, di trasformazione e di ristorazione. Il Consorzio è composto da sei realtà (Coop Agropoli, Coop Eureka, Coop Un fiore per la vita, Coop Al di là dei sogni, Coop Osiride, Coop Albanova), che fatturano 3,2 milioni di euro all’anno, metà ricavati dalle attività economiche, metà dalle convenzioni con le aziende sanitarie locali. Gli operatori impiegati sono 112, 42 le persone in carico, oltre 200 gli ettari coltivati (di cui 56 terreni confiscati e 31 coltivati a biologico), 23mila i visitatori annuali tra clienti, turisti e studenti.

Si ribalta così il canone del consenso al controllo camorristico sul territorio spesso affascinante e “inclusivo” da Gomorra, basato sulla paura e sulla promessa di un “reddito suadente” da economia illegale. Cooperando nel mutualismo si diventa operatori di comunità capaci di occupare stabilmente i luoghi liberati ma vuoti, come i beni confiscati, in una pratica continua di riappropriazione via welfare comunitario. Hanno imparato che il vuoto viene riempito come all’epoca in cui l’abbandono del lavoro agricolo pose le basi per la trasformazione dei campi in depositi di rifiuti altamente inquinanti. Da qui la convinzione che il potere criminale si combatte con una politica di alleanze territoriali, comprese le precarie istituzioni pubbliche locali e uno Stato percepito a presenza intermittente.

Gli animatori del progetto considerano fondamentale la con-crescita equilibrata tra cooperative e territorio, nell’integrazione di profit e non profit. Rianimando l’antica cultura basagliana della deistituzionalizzazione sono partiti con una cooperativa di lavoro per l’inclusione del disagio psichico, reinvestendo nelle reti di prossimità che «nel Sud sono ancora fortissime», come sottolinea uno dei principali animatori del progetto. Le sei realtà, a breve sette, operano nella coltivazione di oliveti, viti, ortofrutta e grano. Tutti prodotti che alimentano due fattorie didattiche, due agriturismi, un centro di trasformazione, una cantina vinicola, una pizzeria sociale, quattro botteghe di vendita diretta, servizi di catering e servizi di turismo responsabile gestiti dalle stesse cooperative.

Ma, come precisa Giuseppe Pagano, «l’idea principale non è solo far crescere il Consorzio, perché se cresce ma il territorio rimane indietro non abbiamo vinto la sfida, così come occuparsi delle persone senza occuparsi del territorio è perdente». Questa è un’affermazione importante sia per il mondo della cooperazione sociale spesso ripiegato su se stesso sia per il mondo del fare impresa. La crescita delle organizzazioni, profit o non profit, si alimenta in rapporto ai circuiti di modernizzazione e di civilizzazione che si radicano nei contesti locali e non a prescindere da questi.

Fare inclusione sociale significa generare economia e reddito, coniugando sostenibilità economica e sostenibilità sociale, producendo senso e reddito. La microstoria di Nco è un’esperienza di comunità di cura che si è allargata alla dimensione del profitto, in questo caso mutualistico, interrogando la comunità operosa degli interessi profit e sfidandola a incorporare nei ragionamenti su competitività e territorio, il fattore coesivo quale elemento essenziale. Partendo dal basso, dal territorio, dal presidio agricolo, ambientale, ecologia delle mente inclusa, interroga manifattura e servizi sul significato del fare impresa riformista (Antonio Calabrò). Quanto più l’impresa si fa veicolo di civilizzazione, quanto più partecipa alla costruzione di un immaginario comunitario propositivo, tanto più sconfigge la camorra.

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