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La corruzione globale sta minando la stabilità dell’Occidente

di Alexander E. Lebedev

(REUTERS)

5' di lettura

Nota sull’autore: Alexander Lebedev non ama essere definito un oligarca: in ogni caso, sarebbe un oligarca sui generis. Alexander Lebedev, nato a Mosca nel 1959, è stato un ufficiale nell’intelligence estera russa, grande azionista privato di Aeroflot, ed è divenuto un businessman di convinzioni liberali, anche in dissidio con l’attuale leadership del Cremlino senza però mai risolversi a lasciare il proprio Paese. I suoi interessi vanno dalle diverse sfere del business della National Reserve Corporation (Mosca) ai quotidiani britannici Independent, Independent on Sunday e London Evening Standard, che Lebedev controlla insieme al figlio Evghenij. In Russia, Lebedev ha fondato in partnership con l’ex presidente sovietico Mikhail Gorbaciov la Novaja Gazeta, il giornale in cui lavorava Anna Politkovskaja e che oggi è una delle poche voci indipendenti rimaste in Russia. Nel mondo, Lebedev coordina un programma per la protezione degli elefanti in Africa, mentre studia i modi e i mezzi per combattere le operazioni finanziarie illecite e il riciclaggio di denaro sporco.

Il mondo del nostro tempo è globale, così come lo sono i suoi problemi. Si potrebbe pensare che alcuni di questi lo abbiano smembrato – le disuguaglianze, per esempio – ma io sostengo che in realtà le correnti sottostanti a questo problema dimostrino alla perfezione che il nostro mondo è invece unito, con una sua parte incapace di avvantaggiarsi a spese dell’altra.

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L’attuale disuguaglianza globale è alimentata da diverse ragioni, ma una di queste è la più ovvia: il massiccio trasferimento di ricchezza dalla “periferia” al “centro”. Tale nuova incarnazione del colonialismo, che prende il posto sia della sanguinosa occupazione di territori periferici da parte degli europei tra il 15° e il 19° secolo, sia della dominazione economica dell’Occidente sul Terzo mondo nella seconda metà del 20° secolo, ha i propri beneficiari e le proprie vittime – collocati non più in una sola parte del mondo, come avveniva prima, ma in ogni suo angolo.

Da che cosa è costituito questo flusso di denaro, stimato dalle Nazioni Unite tra gli 800 e i 2mila miliardi di dollari l’anno? È fatto di tasse non pagate, di tangenti estorte a imprese e privati cittadini, di tributi elargiti agli organi di polizia, di appropriazione indebita di fondi pubblici, e in alcuni casi di spoglie di guerra (ci sono anche fondi che derivano da altre forme di attività illecite, ma qui vorrei concentrarmi sui fondi prodotti dal malfunzionamento dell’apparato statale).

Dove vanno questi soldi? Vengono parcheggiati nei conti delle filiali offshore presso le maggiori banche, utilizzati dalle compagnie di credito globali con sede nei centri finanziari europei, convogliati nel settore immobiliare di lusso, in yacht e jet privati...con i vari passaggi facilitati dal lavoro degli avvocati e gestori di patrimoni migliori al mondo.

Chi trae profitto da questo business? Nei Paesi periferici – funzionari corrotti, proprietari e manager di banche e piramidi finanziarie in bancarotta, imbroglioni di tutti i generi – tutti quelli che, dopo aver derubato la gente in patria, poi si trasferiscono in Europa o in America con il bottino per godere dei “benefici” di queste civiltà. In Occidente invece i beneficiari sono dirigenti nominali, avvocati, immobiliaristi, produttori e venditori di articoli di lusso. E, naturalmente, i maggiori conglomerati bancari e i fondi di investimento che tengono al sicuro i “trilioni sporchi”.

Quanto è grande questo mucchio di soldi? Stime conservative parlano di 32mila miliardi di dollari, un terzo circa del prodotto interno lordo globale. Alcuni tra i più cinici nell’élite politica mondiale non ci vedono nulla di sbagliato: perché prendersela, se galeoni carichi d’oro attraccano ai porti europei? C’è da preoccuparsi, invece, e per diverse ragioni.

Questo sistema di corruzione legalizzata arricchisce centinaia di migliaia di persone intorno al mondo – forse un milione – ma produce risultati che si ripercuotono sulla maggior parte della popolazione mondiale. E non solo nei Paesi periferici.

Mentre va a colpire i normali cittadini fuori dal Primo mondo, questo sistema perpetua decine di regimi autoritari e ne incoraggia la nascita di nuovi. Priva di speranza la vita in tante società, che trasforma in Stati falliti, incapaci di funzionare e provocando così massicci movimenti migratori. Alimenta lo scoppio di guerre civili e conflitti etnici, mentre sottrae anche ai governi più rispettabili il denaro necessario a combattere la povertà e la diffusione di malattie infettive. L’Occidente si fa obbligo di aiutare – guardate l’aumento degli aiuti alimentari internazionali, il moltiplicarsi di associazioni caritative globali e anche di interventi umanitari intrapresi per il bene di chi soffre: al costo di centinaia di miliardi di dollari l’anno. Inoltre, sulla scia del trilione di dollari che arriva ogni anno alle banche occidentali, ogni anno fino a dieci milioni di migranti economici e rifugiati si insinuano nel mondo sviluppato costringendone i governi a destinare una crescente quantità di denaro (nella sola Germania fino a 20 miliardi di euro l’anno) per rafforzare l’assistenza sociale. Tutto questo non è coperto da fondi di investimento privati, ma dal denaro dei contribuenti.

A livello macroeconomico, la tendenza non è meno inquietante. Il denaro non può riposare in pace, deve mantenersi in funzione. Lo “sporco mucchio” dei fondi rubati o finisce in operazioni del mercato azionario che generano bolle e crisi, oppure alimenta l’aumento dei prezzi nell’immobiliare, rendendo insostenibile le spese per gli alloggi ai residenti di molte città europee. Diversi analisti hanno già parlato dell’effetto del denaro russo o cinese sul mercato immobiliare di Londra o di New York – ma pochissimi hanno cercato di calcolare quale percentuale di denaro sporco fosse dietro la crisi dei mutui subprime del 2008 negli Stati Uniti, o quanto abbia contribuito alle valutazioni ultra miliardarie di società come Amazon e Apple. Dovrei ricordare che in tutti i Paesi sviluppati i governi hanno speso trilioni di dollari e di euro per affrontare le conseguenze del collasso finanziario del 2008 e 2009, e nessuno sa per certo quanto denaro sarà necessario per affrontare la prossima crisi, che già si profila.

E, più importante di tutto questo è il fatto che il denaro sporco infetta il sistema politico e giudiziario del mondo occidentale con la stessa corruzione che ne sta all’origine. Lo provano molto bene episodi piuttosto recenti – lo scandalo della “diplomazia del caviale” del governo dell’Azerbaijan, che ha messo in piedi un intero sistema di corruzione di funzionari Ue, o i “contributi” al finanziamento del partito conservatore britannico da parte della moglie di Viktor Chernukhin, ex viceministro delle Finanze russo, saltato fuori miracolosamente come proprietario della residenza più costosa di tutta Londra.

Nel mondo globale il fenomeno della corruzione locale semplicemente non esiste. Spunta ai livelli più elevati del sistema finanziario internazionale, contagia i funzionari pubblici di Londra, New York e Zurigo non meno – forse solo in modo meno evidente – che a Mosca, Lagos, Dacca. Genera un decadimento del Terzo mondo che si ritorce nel proliferare dei sobborghi diseredati delle capitali europee, alimentando sia le rivolte degli immigrati come le proteste dei locali. Sta dietro le crisi e le bolle che ben pagati professori universitari tendono ad attribuire ai cicli inevitabili dell’economia capitalista.

Quello che vorrei dire dunque è molto semplice: l’Occidente trae davvero beneficio dal trilione di dollari di denaro rubato che assorbe ogni anno? Gli “effetti collaterali” prodotti non sono forse superiori ai benefici – per non parlare di come entrambi vengono distribuiti? E non sarebbe meglio soppesare entrambi, e impegnarsi in una vera lotta contro una corruzione che è globale, e dunque non può essere circoscritta nei Paesi periferici se non viene sradicata nel cuore del sistema economico globale?

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