Il graffio del lunedì

La corsa di Mourinho, i gol di Ronaldo e il fuso dei sudamericani che non vale per tutti

Lo Special One corre sotto la curva sud per festeggiare la vittoria della Roma: «La mia corsa è stata quella di un bambino che realizza un sogno»

di Dario Ceccarelli

(LaPresse)

4' di lettura

Ma chi è quel matto che all’Olimpico corre sotto la curva dei tifosi in delirio? Chi è quel matto che salta come un indemoniato per quel gol di El Shaarawy che in extremis con un destro a giro ha dato alla Roma la vittoria sul Sassuolo (2-1)? 

Che domanda inutile: è lui, lo Special One, Josè Mourinho, l’allenatore che una ne pensa e cento ne fa. Questa volta, per festeggiare l’incredibile successo dei giallorossi al termine di una sfida da cuore e batticuore, improvvisa uno show ancora più spettacolare della partita.

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«Sono stato un bugiardo a negarlo, ma questa mia millesima panchina me la ricorderò per sempre» dice commosso il tecnico portoghese. «Io adesso, lo giuro,  non ho più 58 anni, ma 14, quando ho iniziato a pensare a una bella carriera nel calcio. La mia corsa è stata quella di un bambino che realizza un sogno».

La rabbia di Max

Un sogno che diventa realtà, quello del carismatico Mou, e che porta anche la Roma, insieme al Milan e al Napoli, in vetta alla classifica a punteggio pieno. Nove punti in tre partite. Un bel ritmo per un trio che al momento sembra procedere su un binario preferenziale rispetto alle altre big. E soprattutto rispetto alla Juventus, impantanata otto punti più in basso nella palude di una crisi di gioco e risultati che fa saltare i nervi perfino a Max Allegri, uno abituato a navigare controvento, ma non con questi cambiamenti climatici del campionato. 

Questi  sono fenomeni estremi, bombe d’acqua  che spazzano via tutte le certezze di un tempo, di quando la Juve faceva paura solo a nominarla.  

Ronaldo era un fenomeno anche prima

Ah, nostalgia canaglia. Proprio vero: la nostalgia fa brutti scherzi. Basti vedere le lacrime di coccodrillo versate da tanti per gli exploit di Ronaldo al Manchester United. Vero che il suo sostituto, Moses Kean, al posto che segnare nella porta del Napoli lo fa in quella del povero Szczesny, però tutti questi osanna a tempo scaduto per il Fenomeno  danno un po’ ai nervi. Bisogna mettersi d’accordo: se prima si stappa lo champagne perchè  CR7 è volato al Manchester (considerandolo un investimento troppo oneroso) adesso non si può continuamente rimpiangerlo ogni volta che la butta dentro. Che fosse una punta  da 30 gol a stagione lo si sapeva anche un paio di settimane fa. Ci  volevano due reti col Portogallo e due contro il Newcastle, per  farci riscoprire che Ronaldo è un Fenomeno?

Forse non era tutta colpa di Cr7 

No, grazie, lo sapevamo già. Ronaldo è quella cosa li: una macchina da gol che poco partecipa alle gioie e ai dolori delle squadre che lo pagano come un nababbo. E’ l’amministratore delegato di se stesso. Un egoistaccio  senza cuore e senza passione: tutto vero. Ma se a 36 anni è ancora lì, a timbrare il cartellino a suon di doppiette, allora diamo a Ronaldo quel che è di Ronaldo e diciamo serenamente che i problemi non venivano da lui  ma forse dalla stessa Juventus che in tre stagioni da Allegri è passata a Sarri e poi a Pirlo per ritornare ad Allegri. Una giostra che fa venire il mal di testa. Sia per i soldi buttati  dalla finestra in un periodo di vacche magre, sia per la scarsa convinzione nei propri progetti e nei propri allenatori. Poi ci sono le attenuanti  generiche visto che la Juventus ha giocato senza Chiesa e tutti i sudamericani. E che tutto sommato, pur strameritando  di vincere, il Napoli ha mandato a picco la Signora solo  grazie agli strafalcioni  dei bianconeri. 

 Il problema è che questa Juve oltre a non saper creare non sa neppure difendersi. Solo che tra una papera e l’altra, gli avversari corrono. A cominciare dal Napoli. Ormai i partenopei sono una squadra completa. L’innesto di Anguissa è stato una benedizione dal cielo, Politano e Insigne creano continue minacce, Koulibaly una certezza granitica. A Spalletti insomma non manca nulla. Dopo tre partite ha 8 punti in più di Max, chiaro che poi ad Allegri gli girano, ma poi vedrete che gli tornerà presto il sorriso: primo perchè gli era già capitato nel 2015 di rimanere indietro di otto punti e poi vincere lo scudetto, secondo perchè quando uno guadagna 8 milioni a stagione ad un certo punto il malumore se lo fa anche passare…

Il ritorno di Ibra

A proposito di avversari che corrono come  Marcell Jacobs nei 100 metri a Tokyo, il primo da menzionare, è il Milan. Che a San Siro, con il ritorno di Ibra, ha dato una energica spazzolata  (2-0) alla Lazio di Sarri, espulso per proteste alla fine della partita. 

Il Diavolo è sembrato di un altro pianeta. Brillando sia per gioco che maggiore agonismo ed organizzazione tattica. I gol sono venuti da Leao nel primo tempo e nella ripresa dallo stesso Ibrahimovic tornato in campo dopi 4 mesi di assenza per l’infortunio al ginocchio. Al di là di Ibra, rigenerato da una leziosa  treccina da samurai,  tutti i rossoneri hanno giocato con una marcia in più sbagliando anche un rigore con Kessie. Tre partite, tre vittorie sono già un bel biglietto da visita. Che andrà poi certificato dal prossimo impegno in Champions con il Liverpool e in poi in campionato proprio con la Juventus che tutto può fare  tranne che perdere un’altra partita.. 

A Lautaro il fuso non pesa

Mezzo passo falso invece per l’Inter che a Genova con la Sampdoria pareggia due a due. Un mezzo passo falso perchè la squadra di Simone Inzaghi (alla 200esima partita, mal gliene incolse) dopo essere passata in vantaggio si fa rimontare due volte. Tanti scricchiolii e molte incertezze in difesa. L’unica nota positiva il gol di Lautaro che pure tornava dal Sud America. Evidentemente a lui i voli intercontinentali  non danno fastidio come a quelli della Juventus, già fusi e ai fusi più sensibili. 

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