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Borse, la corsa senza freni di “big tech” spinge il Nasdaq a un passo dal record

Nonostante la risalita dei prezzi al consumo influisca negativamente sul settore tecnologico l’indice viaggia verso i massimi grazie alla spinta dei big Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta

di Vito Lops

Da gennaio portafogli agili, gradualmente sull’azionario

3' di lettura

Il market mover della settimana è risultato indolore per mercati azionari su di giri, a cui di questi tempi basta un niente per innervosirsi e ballare in preda alla volatilità. A novembre l’inflazione negli Usa è balzata al 6,8% (rispetto al 6,2% annuo rilevato ad ottobre). Un dato pessimo se preso in sé (il più elevato dal 1982) ma ben accolto dagli indici statunitensi, soprattutto dal tecnologico Nasdaq che ha chiuso con un rialzo superiore al mezzo punto percentuale e a cui manca “appena” l’1% per rivedere il suo massimo storico in chiusura a 16,591 punti del 19 novembre.

Per gli investitori l’inflazione è al capolinea

Come mai il balzo dei prezzi al consumo è stato accompagnato da appetito al rischio a Wall Street? Perché il dato è risultato sì in rialzo ma in linea con le attese. Il mercato si era già posizionato nelle sedute precedenti su un ulteriore aumento e quindi non è stato colto alla sprovvista. L’altra buona notizia (lato investitori long sull’azionario Usa) deriva dalla sensazione che questo 6,8% possa rappresentare il picco. Se si considera infatti che è stato per larga parte determinato dall’incremento dei costi energetici (+33%) e che però nelle ultime settimane tanto il prezzo del petrolio (-20% dai massimi di metà ottobre) quanto quello del gas naturale (-48%) sono a dir poco scesi, allora sembra ragionevole aspettarsi che il dato di dicembre possa risultare più basso.

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La rotazione verso i T-Bond

Gli investitori che vivono di aspettative e amano portarsi avanti hanno reagito di conseguenza ricomprando i titoli di Stato statunitensi con conseguente calo dei rendimenti. I tassi a due anni sono scesi dallo 0,73% allo 0,65%, quelli a 10 dall’1,52% all’1,47%. La palla passa adesso al governatore della Fed Jerome Powell che il 15 dicembre dovrà decidere se ampliare la portata del tapering (la riduzione degli stimoli) da 15 a 30 miliardi al mese oppure prendere tempo.

La ripartenza dei titoli tech

In ogni caso il calo dei tassi ha dato ossigeno ai titoli tech, i più esposti negativamente a un eventuale ripartenza del costo del denaro perché hanno un modello di business alimentato dal debito e una valutazione di mercato sbilanciata sui flussi di cassa futuri. Valutazione che tende a soffrire nel caso debba essere ricalcolata con tassi debitori più elevati. È doveroso però precisare che oggi parlare di NASDAQ 100 vuol dire raccontare più che altro la storia di 5-6 aziende. La performance di questo indice - che accorpa sulla carta 100 aziende - è determinata per il 55,8% dall’andamento di Apple (che da sola ha un peso del 14,9% forte della capitalizzazione record delle ultime ore vicina a 2.900 miliardi di dollari), Microsoft (13%), Alphabet (9,5%) Amazon (9,2%), Tesla (5,2%) e Meta (4,6%), la nuova versione di Facebook.

Il peso di “big tech”

Quindi dietro il rialzo del 27% da inizio anno del Nasdaq ci sono soprattutto il +50% di Microsoft e Tesla e il +30% di Apple. In proporzione pesano molto meno il -72% di Peloton, il -44% di Zoom o anche il -18% di Paypal (titoli da lockdown economy che hanno sofferto nell’anno dei vaccini). Difatti passando dall’indice “normale”, ovvero calcolato in base alle differenti capitalizzazioni delle società, a quello “equal weight” - dove le 100 società hanno invece lo stesso peso nel calcolo dell’indice - la performance del 2021 quasi si dimezza a +15 per cento. Delle 100 società del Nasdaq da inizio anno 35 sono in rosso mentre altre 10 hanno registrato guadagni a una cifra, ben al di sotto del benchmark. Quindi non tutte le società - pur appartenendo alla categoria growth, quella favorevolmente esposta all’attuale regime di tassi bassi - stanno prendendo parte alla festa. Anche ieri, in una giornata come detto positiva per l’indice, 47 società hanno chiuso in rosso.

Gli effetti sull’indice S&P500

Questa distorsione si estende poi anche all’indice S&P 500 che include gli stessi sei colossi che valgono 10.800 miliardi di dollari, circa un quarto del valore del più importante indice di Wall Street, e che quindi ne condizionano nel bene o nel male la performance finale. Sono queste le regole del gioco che un investitore che oggi diversifica il portafoglio per aree geografiche è bene che conosca. Quando compra “azionario Usa” per larga parte il suo investimento viene calamitato da un numero di titoli che si può contare, senza abusare di metafore, sulle dita di una mano.

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