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La costituzionalità dubbia dell’imposta sugli extraprofitti

In assenza di una definizione espressa, il presupposto del contributo straordinario di cui all’art. 37 del d.l. n. 21/2022 è verosimilmente da individuare nell’esercizio di una delle attività di cui al c. 1

di Giuseppe Zizzo

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3' di lettura

In assenza di una definizione espressa, il presupposto del contributo straordinario di cui all’art. 37 del d.l. n. 21/2022 è verosimilmente da individuare nell’esercizio di una delle attività di cui al c. 1. Un presupposto che, seppure settorialmente limitato, richiama quello dell’Irap, e che, in quanto costituito da un fatto riferibile ai soggetti passivi, colloca il contributo tra le imposte. Un’imposta dall’imponibile originale, che ricorda quello dell’Irap, appuntandosi sul valore aggiunto, ma che se ne differenzia, nella misura in cui non attribuisce rilievo al valore aggiunto in sé, ma a un suo incremento qualificato.

Mirando a colpire gli extraprofitti generati dal forte incremento congiunturale dei prezzi nei settori dell’energia, del gas e del petrolio, nel valutare la sua compatibilità con il principio di uguaglianza nella contribuzione alle spese pubbliche di cui agli artt. 3 e 53 Cost. di sicuro rilievo sono gli argomenti che la Corte costituzionale ha utilizzato per dichiarare l’incostituzionalità della cosiddetta Robin Hood Tax (Rht), di cui all’art. 81, c. 16 e ss. del d.l. n. 112/2008 (sentenza n. 10/2015). Per la Corte, se è possibile differenziare il prelievo per settori economici, occorre una «adeguata giustificazione obiettiva, la quale deve essere coerentemente, proporzionalmente e ragionevolmente tradotta nella struttura dell’imposta». Non tutte le criticità riscontrate su questo piano dalla Corte con riferimento alla Rht possono dirsi superate in relazione al contributo.

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Si consideri, in primo luogo, l’imponibile. Le ragioni per le quali l’incremento del valore aggiunto non è idoneo a rappresentare gli extraprofitti sono già state ampiamente illustrate. In breve, l’incremento in questione può in concreto essere in tutto o in parte espressione, oltre che di extraprofitti, di maggiori oneri non riflessi nelle operazioni passive, compresi i differenziali negativi dovuti in base a derivati di copertura (spesso capaci di azzerare gli extraprofitti), oppure di maggiori redditi ordinari, conseguiti, ad esempio, per effetto di un incremento nei volumi delle vendite (ipotesi niente affatto marginale, essendo il dato di partenza riferito a un periodo interessato da restrizioni nei movimenti a motivo del Covid). L’imponibile non assicura perciò la concentrazione del contributo sugli extraprofitti congiunturali effettivamente conseguiti dagli operatori del settore. Come quella della Rht, non è perciò costruita in modo da raccordarsi al fattore che giustifica l’aggravio impositivo su di essi. Determina, di conseguenza, una lesione del principio di uguaglianza. Benché la Corte costituzionale riconosca che l’eccezionalità della situazione economica possa legittimare il ricorso a strumenti di semplice applicazione che garantiscano una rapida e agevole riscossione, nell’ultimo decennio ha costantemente escluso che per tale via si possa violare il principio in questione.

Anche a volere ipotizzare, in ragione del carattere emergenziale del prelievo, che, qualora l’imponibile fosse identificato nel semplice incremento di redditività, senza distinguere tra reddito ordinario e extraprofitti, la compressione prodotta al principio di uguaglianza potrebbe essere valutata (tanto contenuta da risultare) proporzionata, la scelta di utilizzare l’incremento del valore aggiunto, trascurando gli oneri non riflessi in operazioni passive, e perciò allontanando ulteriormente l’imponibile dagli extraprofitti, rende arduo formulare un giudizio omologo. È vero che, se il modello al quale il contributo attinge è quello dell’Irap, l’irrilevanza di una parte degli oneri risulta fisiologica, tuttavia, nel valutare la costituzionalità di quest’ultimo tributo, per superare i dubbi destati da detta irrilevanza, la Corte costituzionale, nella sentenza n. 156/2001, ha dovuto valorizzare la possibilità di recuperare il relativo onere, trasferendolo sul prezzo dei beni o servizi.

In effetti, a differenza della Rht, per il contributo non è previsto un divieto di traslazione. Al fine di evitare ripercussioni “indebite” sui prezzi al consumo, il c. 8 affida un compito di vigilanza all’Agcom. In assenza rimedi specifici, tuttavia, l’Agcom non potrà intervenire in ragione della traslazione in sé, ma soltanto se la stessa si incardina in una delle condotte che ordinariamente configurano violazioni delle regole antitrust. La possibilità di una traslazione economica del contributo, non dovuta, peraltro, come nel caso della Rht, soltanto a una concreta inefficacia dei controlli previsti (già comunque paventata dalla stessa Agcom), se può aiutare a salvare il prelievo sul versante dell’imponibile, ne compromette l’impronta solidaristica enunciata al c. 1, riproponendo, in forma persino aggravata, uno dei profili di irragionevolezza individuati dalla Corte costituzionale nella normativa sulla Rht.

Ordinario di diritto tributario alla Liuc, Università Cattaneo di Castellanza e avvocato

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