Pandemia, vaccini e vita associata

La Costituzione antepone la solidarietà alle libertà individuali

Il diritto alla salute di tutti impone una soluzione che tenga conto del vantaggio generale

di Giuseppe Maria Berruti

(Adobe Stock)

4' di lettura

Non esiste nella Costituzione una libertà tanto assoluta da non dover fare i conti con l’inderogabile dovere di solidarietà politica, economica e sociale posto dall’art 3. La solidarietà chiede di dare. E mette un dovere non eludibile a carico del cittadino, giustificando che il patto costituzionale resti patto di vita associata. I cittadini non sono monadi che si mettono insieme e si garantiscono una sorta di regolamento di confini tra le rispettive libertà individuali. Essi danno luogo a una vita collettiva associata. Ogni vita si prende carico dell’esistenza delle altre.

Questa è una lettura della Costituzione, me ne rendo conto, certamente opinabile. Ma siccome è una lettura possibile, può essere adottata dal legislatore e può giustificare un orientamento politico.

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Rispettare la libertà di cura fino al punto da evitare di mettere mano a una legge che legittimamente potrebbe limitarla, impone altre vie di adempimento ai doveri di solidarietà. E queste non possono che essere limitative della socialità di chi ottiene di esercitare il proprio diritto di non vaccinarsi. Il diritto alla salute di tutti impone una soluzione che tenga conto del vantaggio generale, il quale non è la somma o la maggioranza delle posizioni che sul punto si maturano. Il momento della scelta democratica è stato esaurito quando si è individuato un governante. Il quale decide nella consapevolezza di poter limitare posizioni specifiche per raggiungere il bene collettivo che corrisponde a una valutazione. Alla sua scelta. Che può rivelarsi sbagliata. Ma questa è la democrazia.

Tutte le scelte sono da verificare nel confronto con la Storia. Il governo con il Green pass ha introdotto la tutela generale delle relazioni interpersonali che ritiene fondamentali perché la convivenza sia possibile nelle sue sfaccettature sociali, culturali, economiche e organizzative. Vaccinazione di massa, oppure Green pass posto a condizione dell’esercizio generale della socialità, sono oggi il banco di prova della tenuta costituzionale del Paese.

Le vicende che hanno condotto a questa alternativa sono parte nuove, giacché epidemia e mondializzazione non si erano mai congiunte come sta accadendo, ma soprattutto sono fortemente provocatorie. Perché si può sostenere che il Green pass esteso in forme che ne rendano complicato il rifiuto, sostanzialmente contrasta con il diritto di libertà alla scelta della cura per ciascun cittadino. Ma si può altrettanto credibilmente sostenere che questa libertà deve in parte cedere all’obbligo di tutelare la salute pubblica, anch’esso racchiuso nella Costituzione. Insomma, due tesi da non trattare con leggerezza. Perché dalla maniera con la quali affrontiamo il dilemma dipende la permanenza delle nostre strutture democratiche.

Il tema riguarda il dovere del governo di dare la propria lettura dei princìpi che regolano la sua azione.

L’origine dell’affermazione del diritto da parte del cittadino alla scelta libera della sua cura, e la possibilità di superare questo potere personale solo con una legge, cioè a dire con il massimo della espressione di forza che una democrazia mette in atto, è nell’esperienza storica. L’imposizione da parte dello Stato di specifici trattamenti sanitari è servita in passato ad affermare ragioni eugenetiche e princìpi razzisti. Da questa esperienza orrenda che ha toccato anche il nostro Paese nel secolo passato il costituente ha tratto un insegnamento. La cura risponde a una scelta del cittadino. L’imposizione può avvenire solo attraverso un atto del parlamento. Ma la Costituzione è stata costruita per durare. La libertà fondamentale è quella che ha voluto che una comunità nazionale si unisse sotto regole comuni. Che per essere credibili debbono essere durature. E nessuna regola dura, se è legata al tempo che l’ha vista nascere. La Costituzione ha voluto costruirsi come strumentum regni. Essa è insieme di princìpi che indicano al governante la strada attraverso la quale può legittimamente imporre il volere della maggioranza.

La solidarietà politica, economica e sociale, che l’articolo 3 della carta chiede al cittadino come adempimento di un dovere inderogabile, inevitabilmente finisce con l’incontrare tutte le libertà garantite anche come diritti assoluti. Questo riguarda i diritti di natura economica e di natura politica. Solo, probabilmente la libertà di manifestazione del proprio pensiero non è incisa dal dovere di solidarietà. Ma l’azione, quella nella quale si concretizza parte della socialità, e che conduce a effetti che riguardano la sostanza e la forma dei rapporti tra le persone, può essere limitata dalla necessità di soddisfare i doveri di solidarietà. È sbagliato porre in modo antitetico il diritto a una buona organizzazione industriale e commerciale e il diritto di libertà dell’addetto a questo tipo di attività. Credo che sia essenziale che a seconda del momento storico il governante decida quali sono i modi attraverso i quali debbono convivere tutte le posizioni tutelate.

Abbiamo visto fabbriche chiuse, uffici semideserti,
strade vuote, telefoni e computer imperversare per sostituire la presenza. Occorre tornare a una vita che si incarni in una socialità più forte, che affronti quanto dovrà ancora essere affrontato di questa pandemia, nel modo più consapevole. Questo non può accadere senza sacrifici. Spetta al governante
di scegliere quali sacrifici. In democrazia il resoconto si
affronta in modo democratico.

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