a lezione di diritti fondamentali

La Costituzione «brilla» a Rebibbia: 10 giudici a confronto con i detenuti

di Manuela Perrone

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(ANSA)


6' di lettura

Dodici domande, dodici risposte. Per un confronto eccezionale: da un lato, a domandare, i detenuti del carcere di Rebibbia; dall’altro, a rispondere, i giudici della Corte costituzionale. «Abbiamo sentito l’esigenza di rimettere in circolazione lo spirito della Costituzione», ha spiegato il presidente della Consulta, Giorgio Lattanzi. È stata questa la molla, a 70 anni dall’entrata in vigore della Carta, che ha spinto i giudici costituzionali a uscire dal palazzo e a incontrare il Paese reale, a cominciare dai suoi tasselli più sensibili: prima le scuole, a inizio anno. Da oggi anche le carceri.

Il viaggio è partito da Rebibbia
Il nuovo “viaggio-racconto” della Consulta è partito dal polo penitenziario romano che conta nel complesso 2.200 detenuti, di cui 344 donne della casa di reclusione femminile. Quella in cui, neanche venti giorni fa, una mamma ha ucciso i due figlioletti gettandoli dalle scale del nido. Una tragedia che ha riaperto il dibattito sull’opportunità di tenere dietro le sbarre le madri con figli molto piccoli. E che, più in generale, ha riacceso i riflettori su un pianeta per lo più dimenticato, quando non reietto.

Lattanzi cita i padri costituenti: «Mai più carceri cimiteri dei vivi»
Anche per questo la lezione del presidente Lattanzi e le riflessioni corali sui diritti fondamentali e la tutela della dignità della persona umana come cardine del nostro ordinamento sono risuonate quanto mai solenni. Alla composta platea di circa 250 detenuti, di cui una ventina donne, oltre alle 11mila persone recluse di altre 150 carceri e 15 istituti di pena minorili collegati in streaming, i giudici hanno ricordato il giuramento dei padri costituenti, che portavano sulla loro pelle le cicatrici del fascismo: «Mai più un carcere cimitero dei vivi». «Da lì è nato l’articolo 27», il principio secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, ha sottolineato Lattanzi, individuando in quella “super legge” che è la Carta, per i detenuti come per tutti, «uno scudo nei confronti dei poteri dello Stato, che neppure il legislatore con le sue mutevoli maggioranze può violare». Persino la sua stessa revisione «non è senza limiti, perché ci sono principi supremi che non possono in alcun modo essere violati».

«Il giudice costituzionale non sia mai di parte»
Il giudice costituzionale, secondo Lattanzi, «è un protagonista che non deve mai trasformarsi in una parte». La Corte deve essere «immersa nella società e consapevole delle idee, dei sentimenti e degli umori che si agitano ed eventualmente dominano nel Paese, ma non dipendere da questi nei suoi giudizi sulle leggi. Le sue direttrici la Corte non può che trarle dalla Costituzione e solo quelle direttrici deve seguire, avendo cura di evitare anche scostamenti momentanei dai principi costituzionali. È questo il nostro compito».

Il diritto all’affettività
Ricchi e articolati gli interrogativi dei detenuti, frutto di incontri precedenti promossi da Marco Ruotolo, ordinario di diritto costituzionale all’Università di Roma Tre e responsabile scientifico del progetto. Ad Annamaria, che ha posto la questione del diritto all’affettività, ha risposto la giudice Marta Cartabia: «La Costituzione guarda alla persona in tutti i suoi bisogni. Diritti e doveri non si fermano fuori dal carcere. Ma il “come” non può non essere diverso, perché bisogna tenere conto delle esigenze di sicurezza. Mantenere sani rapporti familiari è decisivo per il cammino di rinascita. La Corte non ha il potere di costruire nuove norme, ma cerca di rimuovere gli ostacoli attribuendo grande responsabilità ai magistrati di sorveglianza». Il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, ha annunciato un ampliamento dei colloqui telefonici e l’avvio di una sperimentazione dell’uso di Skype in tre istituti.

Responsabilizzazione e cultura per rinnovarsi
A Paolo che chiedeva come si concili la rieducazione con «la gran parte dei detenuti lasciati a giocare a carte e a passeggiare nelle sezioni», Franco Modugno ha invitato a considerare il “rinnovamento” come un percorso tanto neurologico quanto ambientale: «È indispensabile l’offerta di concrete opportunità che consentano al singolo di responsabilizzarsi». E se Francesco domandava perché il teatro (attività storica e prestigiosa di Rebibbia, assurta alla ribalta internazionale grazie al film “Cesare non deve morire” dei fratelli Taviani) fosse spesso ridotto al rango di intrattenimento invece che riconosciuto dal legislatore come trattamento e rieducazione, Daria de Pretis ha sottolineato che niente come la cultura «consente di sviluppare la propria personalità», nulla produce un cambiamento più forte.

DETENUTI PRESENTI
Situazione al 30 settembre 2018
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«La Costituzione scommette sul cambiamento»
«La Costituzione scommette sul cambiamento», ha sintetizzato efficacemente Francesco Viganò, redattore della sentenza 149/2018 che ha dichiarato incostituzionale l’impossibilità di accedere, per un periodo eccessivamente lungo, a qualsiasi beneficio penitenziario per alcune categorie di detenuti, sulla base del reato commesso. «Il condannato non è il suo reato, è una persona che la Carta percepisce in evoluzione», ha aggiunto, replicando a Giorgiana che esprimeva tutto il suo timore per il progetto del governo di ridurre benefici e misure alternative. La legge 354/1975 sull’ordinamento penitenziario è l’attuazione di quel programma costituzionale. Da non confondere con il «buonismo»: «La parola chiave è “prudenza”, ma gli imperativi costituzionali sono due: progressività dell’accompagnamento verso l’esterno e flessibilità, da non intendersi in contrapposizione all’esigenza di certezza della pena, ma finalizzara a renderla idonea al percorso di risocializzazione». Percorso mai scontato: «Non deve esserci automatismo nella concessione dei benefici». A Filippo che chiedeva come si possa conciliare il diritto alla speranza con pene quali l’ergastolo ostativo, Viganò ha risposto sulla stessa lunghezza d’onda: «Il diritto alla speranza fotografa l’idea della Costituzione che scommette sul cambiamento, ma la condizione è che il detenuto abbia compiuto un percorso di risocializzazione e revisione critica del passato. Finora la Corte ha sempre ritenuto che la mancanza di collaborazione processuale sia la prova di pericolosità sociale ancora in essere e di persistenti legami con la criminalità organizzata».

DETENUTE MADRI CON FIGLI AL SEGUITO

Situazione al 30 settembre 2018

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Il diritto alla salute e la lotta agli automatismi
Gli automatismi sono stati condannati anche sul tema più sentito: il diritto alla salute. «Non è giunta l’ora che non muoia più nessuno in carcere?», ha domandato Stefano, tra gli applausi degli altri reclusi. «La salute è diritto fondamentale che tendenzialmente deve prevalere su ogni altro elemento», ha replicato il giudice Luca Antonini, chiarendo che compito della Corte è giudicare quali automatismi sono illegittimi. Giuliano Amato ha rincarato: «È inammissibile che si muoia in carcere perché non si ricevono cure adeguate. Perbacco, pensiamo all’Africa e l’Africa ce l’abbiamo in casa?». Amato, rispondendo a Francesco che citando l’esempio tedesco chiedeva perché non rendere possibile il ricorso diretto dei cittadini alla Consulta, ha elencato lo svantaggio (l’eccesso prevedibile di ricorsi) ma anche il vantaggio: «La specialità che si riconoscerebbe ai diritti fondamentali e l’effetto concreto delle sentenze».

Il lavoro insufficiente
Inevitabile il riferimento al lavoro. Con Fabio, laureando in giurisprudenza, che ha denunciato l’offerta ancora scarsa e la penalizzazione retributiva delle detenute. La giudice Silvana Sciarra ha osservato come anche le politiche del lavoro in carcere vadano «individualizzate». Di nuovo lo stesso faro: «Tornare all’individuo contro gli automatismi». E superare gli stereotipi per garantire alle donne pari diritti. Non poteva mancare, in una galassia in cui 20mila detenuti sul totale di 59.275 sono stranieri, la questione sollevata da una reclusa cui è stata rifiutata la carta di soggiorno per precedenti penali, madre di 11 figli di cui 4 cittadini italiani. «Che senso ha rieducare in Italia una persona che poi non potrà essere cittadina italiana?», la sua domanda. «Il rifiuto permanente di soggiorno non può essere determinato dai precedenti penali», ha osservato Giancarlo Coraggio. «La rieducazione è utile proprio perché si abbiano strumenti culturali ed etici per inserirsi attivamente nella società».

La spina delle pene accessorie
Le pene accessorie, specie quelle perpetue, sono state contestate vivacemente dai detenuti. «Non rischiano di indurre chi esce a tornare sulla strada da cui proviene?», ha suggerito Vincenzo. Per il giudice Giovanni Amoroso, «è un problema di bilanciamento», come si evince dalla sentenza Zagrebelsky 132/2001 sul caso di un lavoratore con obbligo di soggiorno. Con Roberto che invocava spiegazioni sulla ratio dell’interdizione perpetua del diritto di voto, Amato è stato netto: «Varrebbe la pena che gli organi politici se ne occupassero. Togliere il diritto di voto è togliere il pezzo più grosso della cittadinanza».


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