VISTA MARE

La creatività è un'isola: luoghi da sogno dove l'arte è di casa

Dalla Svezia alla Tasmania, ci sono luoghi dove la mano dell'uomo e la natura hanno lo stesso peso. E tracciano una nuova geografia per collezionisti e appassionati.

di Silvia Anna Barrilà e Marilena Pirrelli

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“Anna”, di Jaume Plensa, nel Pilane Sculpture Park, a Tjörn, in Svezia.

Dalla Svezia alla Tasmania, ci sono luoghi dove la mano dell'uomo e la natura hanno lo stesso peso. E tracciano una nuova geografia per collezionisti e appassionati.


4' di lettura

Diversamente da quanto si possa pensare, l'arte contemporanea non guarda solo al centro. Per chi cerca santuari dell'arte, sono isole in aree remote le mete (reali o virtuali) del pellegrinaggio. Isole in cui la natura dialoga con le opere e le installazioni con il paesaggio. Luoghi lontani, desiderati da grandi collezionisti, dopo il disincanto dei tradizionali white cube, alla ricerca di spazi di meditazione. Luoghi dove spegnere il wifi e accendere i sensi, dove lasciare che il corpo prenda per mano la mente e il mare diventi cornice dell'opera, come nel Benesse Art Site in Giappone, nato negli anni Novanta dalla visione dell'imprenditore e collezionista Soichiro Fukutake: una sorta di “Arty-pelago”, un arcipelago dell'arte, con musei e installazioni distribuiti su tre isole – Naoshima, Teshima e Inujima – nel mare interno di Seto. Il complesso include il Chichu Art Museum, progettato dall'archistar Tadao Ando sottoterra per non intaccare il paesaggio, che sfrutta la luce naturale per illuminare grandi capolavori come le ninfee di Monet della collezione di Fukutake, le installazioni di luce di James Turrell e la grande sfera di granito circondata da sculture dorate su una scala di cemento di Walter De Maria. Il Teshima Art Museum, dell'artista Rei Naito e dell'architetto Rye Nishizawa, accoglie, invece, il visitatore nella sua forma a goccia d'acqua. L'omaggio al paesaggio di Fukutake è anche una riqualificazione di zone ferite dalla rapida industrializzazione del Giappone, restituite nella loro dignità alla comunità rurale.

“Havmannen”, di Antony Gormley, a Skulpturlandskap Nordland, in Norvegia.

Lo stesso ossequio ha ispirato un altro progetto artistico altrettanto remoto: al largo della costa nordorientale del Canada, sull'isola di Fogo, tre fratelli imprenditori hanno risposto alla crisi seguita al crollo della pesca del merluzzo creando, per i 3mila abitanti, un'attività legata all'arte e al turismo ecosostenibile. Zita Cobb, figlia di pescatori, una carriera a Ottawa nella tecnologia che l'ha resa milionaria, insieme ai fratelli Anthony e Alan, è tornata nella sua isola per creare un resort (Fogo Island Inn) all'interno di un iconico edificio, progettato dall'architetto Todd Saunders, con quattro studi affianco per ospitare artisti internazionali come Thomas Bayrle, Isa Melsheimer, Artur mijewski e Keren Cytter. Le loro opere, ispirate dall'oceano, dagli iceberg e dalle balene, sono poi esposte nella galleria nell'albergo.

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“One Hundred Fish Fountain”, di Bruce Nauman, parte della collezione dei Carmignac, a Porquerolles.

Un mare che, toccando altri lidi, ha dato forma anche all'arte della Fondation Carmignac, sull'isola di Porquerolles, nata per iniziativa di Édouard Carmignac, fondatore dell'omonima società di gestione, diretta dal figlio Charles. Aperta nel 2018, nella villa-museo si entra a piedi nudi per ammirare le oltre 300 opere dei Carmignac, diffuse anche nel grande giardino, e la mostra annuale (tra queste, nell'ultima pagina, in alto a sinistra, One Hundred Fish Fountain, di Bruce Nauman).

“Unseen Seen”, di James Turrell, nella Pharos wing del Mona, a Berriedale, in Tasmania.

Una punta di follia non manca neanche al Mona – Museum of Old and New Art, sull'isola della Tasmania, a sud dell'Australia. Il collezionista David Walsh, eccentrico imprenditore della fortuna, che ha accumulato le sue ricchezze sulle scommesse degli altri, ha investito centinaia di milioni di dollari per costruire quella che ha definito una Disneyland per adulti. La ricerca, questa volta, è partita dalla riflessione sulle fondamenta esistenziali della condizione umana: sesso e morte. Raccontati attraverso 2mila anni di storia e 1.500 opere e artefatti, dall'antichità ad oggi. Collezionista senza mezze misure, Walsh espone mummie egizie accanto a monete greche, fino al controverso dipinto The Holy Virgin Mary di Chris Ofili, che scandalizzò, nel 1999, New York esponendo nella mostra Sensation l'immagine della Madonna circondata da sterco di cavallo (per poi venderla nel 2015 a 4,8 milioni di dollari). In collezione c'è anche The Life of C.B. del francese Christian Boltanski che, in live streaming, trasmette la vita dell'artista nel suo atelier di Parigi fino alla fine dei suoi giorni, tutta da venire. Il commento di Walsh è stato: «Naturalmente sarebbe meraviglioso se morisse in atelier, ma non credo che sarebbe etico organizzarlo». Al buio del Mona, Walsh ha contrapposto sull'isola uno spazio dedicato alla luce con le installazioni di James Turrell.

“Horizons”, di Neil Dawson alla Gibbs Farm, a Kaipara Harbour, in Nuova Zelanda.

Non lontano da qui, in Nuova Zelanda, l'arte ritorna a dialogare con la natura nella Gibbs Farm, parco di sculture dell'imprenditore Alan Gibbs, dove le installazioni sembrano giocattoli caduti dalle mani di un gigante. Si possono ammirare le opere monumentali di Anish Kapoor, una parete di Richard Serra, formata da 56 lastre di acciaio per 252 metri di lunghezza, e un arco di Bernar Venet alto 27 metri. Gibbs ha acquistato il terreno nel 1991, quando collezionava già da tre decenni, ed è stato il paesaggio a spingerlo a commissionare, rivolgendosi alla scultura (soprattutto minimalista).

“Seven Magical Points”, di Martti Aiha, a Skulpturlandskap Nordland.

Le isole dell'arte ci portano su latitudini completamente diverse, a 17mila chilometri di distanza. A Tjörn, in Svezia, c'è un altro parco sculture spettacolare (Pilane Sculpture Park), che sorge sull'antichissima necropoli di Pilane e mette in dialogo l'arte contemporanea con le tombe preistoriche. Tra le più iconiche c'è Anna, il volto di una donna in resina di poliestere e polvere di marmo, alto 5,7 metri, opera dello spagnolo Jaume Plensa. Come un faro visibile dal mare e dalla terraferma, irradia la sua bellezza per chilometri di distanza. Più a nord, un'altra scultura guarda il mare nel Fiordo di Nordrana, in Norvegia. È The Man from the Sea dell'artista inglese Antony Gormley. Si trova in acqua, a 15 metri dalla riva, e dà le spalle alla città. Fa parte di Skulpturlandskap Nordland, un complesso di 36 sculture in altrettanti luoghi tra i fiordi e le isole della costa settentrionale della Norvegia. Un progetto nato negli anni Novanta su un'area di 40mila chilometri quadrati e lunga 560. Una collezione d'arte che, per essere visitata, richiede un lungo viaggio, come quello dell'uomo dal mare di Gormley.

L'esterno della KaviarFactory, a Henningsvær, nell'arcipelago di Lofoten, in Norvegia. Lo spazio, un'ex fabbrica anni Cinquanta a picco sul mare, oggi ospita la ricca raccolta d'arte internazionale e norvegese di Venke e Rolf Hoff, frutto di oltre 30 anni di collezionismo.
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