Nagorno Karabakh

La crisi tra Azerbaijan e Armenia mette a rischio anche gli interessi strategici dell’Italia

Questo conflitto mai sopito, da 30 anni, rischia di accusare un'escalation in un'area del mondo ricca di giacimenti di gas e petrolio

di Roberto Bongiorni

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Soldati azeri con un carro armato nella zona degli scontri con le forze armene - Reuters

Questo conflitto mai sopito, da 30 anni, rischia di accusare un'escalation in un'area del mondo ricca di giacimenti di gas e petrolio


6' di lettura

Donald Trump si era illuso. Pensava di aver avuto successo là dove proprio i russi avevano fallito due settimane fa. Un buon punto messo a segno negli ultimi giorni di una campagna elettorale tutta in salita. Ma il cessate il fuoco umanitario, siglato domenica, tra Azerbaijan e Armenia, mediato proprio dagli Stati Uniti e annunciato da Trump con il solito tweet entusiasta, è fallito ancor prima di iniziare. Non sono passati pochi minuti dalla sua entrata in vigore, che le armi hanno ripreso a parlare. È la terza tregua in meno di un mese che cercava di porre fine agli scontri in Nagorno Karabakh.

Seguendo un copione già visto più volte ciascuno dei belligeranti accusa l'altro di aver violato per primo il cessate il fuoco. Ma come precisa Hikmet Hajiyev, il consigliere del presidente azero, Ilham Aliyev, per gli affari internazionali, c'è ancora tempo per riprendere la fase negoziale. Altrimenti questo conflitto mai sopito, che si trascina ormai da 30 anni, rischia di accusare un'escalation in un'area del mondo peraltro strategica, ricca di giacimenti di gas e petrolio.

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Mr Hajiyev, ancora una volta la tregua è saltata. Dalla guerra del 1992-1994 il percorso dei negoziati non ha portato risultati. Quasi che le potenze straniere coinvolte nella mediazione mirassero ad uno status quo. Nel mentre l'Europa non ha certo brillato per spirito di iniziativa.

Noi apprezziamo l'Unione Europea, che riconosce e sostiene l'integrità territoriale dell'Azerbaijan. Ma il supporto non deve fermarsi alla parole. In alcune crisi e conflitti protratti che hanno coinvolto ex territori dell'Unione Sovietica la posizione europea è stata molto più forte. L'Europa è una potenza politica ed economica. Dovrebbe fare pressione sull'Armenia, che altrimenti si sente impunita e consapevole di non rischiare nulla. Sono ormai quasi 30 anni che è in corso un percorso negoziale che tuttavia non ha raggiunto alcun risultato pratico. Ma più che dall'Europa, che non ha un mandato diretto per la risoluzione del conflitto, siamo delusi dall'approccio portato avanti dal gruppo di Minsk (la cui copresidenza è costituita da Usa, Francia e Russia). Ci sentiamo frustrati per la sua mancanza di iniziativa. Il processo negoziale non è tangibile.

Ma qual è la strategia percorsa oggi dall'Azerbaijan: continuare il conflitto o riprendere i negoziati?

Noi siamo pronti a discutere le basi dei principi di Madrid, ed andare avanti in linea con la risoluzione negoziale del conflitto. Ma quest'anno gli armeni si sono tirati fuori dicendo “non riconosciamo più i principi di Madrid”, “il Karabakh è Armenia”. Ci sono voluti più di 15 anni per sviluppare l'architettura e concetti dei principi di Madrid (documento di raccomandazione emanato dal 15° Consiglio Osce, tenutosi a Madrid nel novembre 2007al fine di far raggiungere alle parti in causa un definitivo accordo di pace dopo la guerra del Nagorno-Karabakh). Gli armeni, con le loro dichiarazioni, li hanno distrutti in pochi minuti.

D'accordo. Ma un conto è un approccio graduale, passo per passo, altra cosa è chiedere simultaneamente la restituzione del Nagorno Karabakh e i sette distretti azeri occupati nella guerra del 1992-1994. Qual è la vostra strategia?

Il primo passo è la liberazione dei territori azeri che circondano il Nagorno Karabak occupati dagli armeni nel 1992-1994. Sfortunatamente non abbiamo mai visto alcun arretramento da parte degli armeni. Tenete conto che il gruppo di Minsk dovrebbe fare pressioni sulla controparte armena affinché si adegui alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Sappiamo bene che risolvere questo conflitto con un solo “pacchetto negoziale” è impossibile. Quindi questa è la nostra posizione: prima le forze armene si ritirano dai distretti azeri occupati, e successivamente dal Nagorno Karabakh, anch'esso parte del territorio dell'Azerbaijan riconosciuto internazionalmente e occupato sempre in quella guerra. Questo è in linea con i principi di Madrid, e con la road map, che noi sosteniamo pienamente. La quale si articola in sette punti. Il secondo punto è il ritorno dei rifugiati azeri, nella regione del Nagorno Karabakh. Quando queste condizioni saranno soddisfatte allora potremmo andare avanti con gli altri punti.

Baku: "Se Armenia lascia le nostre terre, fine combattimenti"

Ma da parte loro gli armeni che vivono in Nagorno hanno legittimi timori di esser perseguitati una volta che la regione ritornasse concretamente sotto la sovranità dell'Azerbaijan.

Non abbiamo mai negato il diritto degli abitanti di origine armena presenti in Nagorno Karabakh. In Nagorno Karabakh, prima dell'occupazione, la composizione degli abitanti era la seguente: 70% di persone di origine armena e 30% di origine azera. Certamente i rifugiati azeri devono avere il diritto di tornare nelle loro case. Ma in questo processo siamo pronti a garantire la sicurezza a tutti gli abitanti armeni e ipotizzare un tipo di autonomia come quella usata nel Sud Tirolo.

L'Azerbaijan è il primo fornitore di greggio dell'Italia e da poco ha fatto entrare in produzione il Corridoio sud, il gasdotto che trasporta il gas naturale estratto nel Mar Caspio e che approda sulle coste pugliesi. Quanto sono a rischio le infrastrutture azere energetiche?

Noi stiamo cercando di assicurare nel modo migliore la sicurezza dei nostri asset strategici. Ma sappiamo bene che in caso di escalation del conflitto le infrastrutture energetiche potrebbero diventare degli obiettivi per gli armeni. Già in passato hanno colpito vicino ad un oleodotto. Non possiamo dunque escludere che provino a colpire le nostre infrastrutture.

Prezzi energetici in declino, Covid 19 ed ora la guerra. L'Azerbaijan non rischia di sprofondare in una crisi economica da cui difficilmente si risolleverà?

Il declino dei prezzi del greggio e la pandemia hanno indebolito la nostra economia. La quale, tuttavia, resta stabile. Abbiamo le nostre riserve, e una volta che le nostre operazioni militari saranno terminate, potremmo tornare a stabilizzare l'economia portando avanti le riforme che avevamo deliberato.

Negli ultimi anni Italia ed Azerbaijan hanno rafforzato in modo considerevole le loro relazioni commerciale. Ancora di più dopo il gasdotto Tap, che dovrebbe entrare in funzione nelle prossime settimane.

Con l'Italia abbiamo un partenariato strategico. In febbraio il nostro presidente si è recato in visita ufficiale a Roma. Durante questa visita ufficiale abbiamo siglato più di 20 accordi in diversi settori, incluse la difesa e la cooperazione militare. Ci attendiamo di acquistare dei jet da combattimento da Finmeccanica. La cooperazione tra Italia e Azerbaijan spazia dall'energia alla sicurezza passando anche per la Cultura. Roma è un partner strategico importante e sono convinto che lo sarà ancora di più.

Torniamo al conflitto scoppiato lo scorso 27 settembre. Sin dai primi giorni l'Armenia ha denunciato la presenza di mezzi militari e caccia turchi a fianco dell'esercito azero. Non solo. Secondo Yerevan la Turchia avrebbe inviato mercenari provenienti dalla Siria settentrionale.

Tengo a precisare che il sostegno turco in Azerbaijan è un sostegno politico e morale. Nulla di più. È totalmente falsa la presenza di terze parti attive nei combattimenti al nostro fianco. Quanto all'idea di mercenari siriano al nostro fianco la rigettiamo in toto. Non ne abbiamo bisogno, il nostro esercito è moderno ed efficiente.

L'impiego di droni turchi di nuova generazione sta rivelandosi un'arma molto efficace. L'Armenia lamenta tuttavia che siano stati usati per colpire anche obiettivi non militari.

Usiamo droni di fabbricazione turca ed altri acquistati da altri Paesi, oltre ed armi di precisione che ci permettano di colpire gli obiettivi legittimi in modo da evitare danni collaterali. Non lo neghiamo. I droni servono a questo. Certo, possono essere danni collaterali, ma facciamo il possibile per evitarli. Sono gli armeni usano a utilizzare armi non precise. Hanno deliberatamente bombardato le nostre città.

Eppure, il vostro esercito, molto più armato e moderno di quello armeno, fatica ad avanzare. Come lo spiega?

Innanzitutto, siamo sempre attenti alla vita dei nostri soldati e cerchiamo al contempo di evitare danni collaterali ai civili armeni. Quindi rallenta l'avanzata. Poi la geografia del Nagorno Karabakh non facilita le cose; ci sono molte barriere naturali, come corsi d'acqua, montagne e boschi. Gli armeni hanno costruito trincee dello stile della Seconda guerra mondiale. D'altra parte siamo rimasti stupiti dal numero di carri armati e armi costose e sofisticate in mano agli armeni. L'Armenia è un Paese povero non potrebbe permettersele. Sono state donate da Paesi terzi.

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