analisiL’incriminazione di pell

La crisi che segna anche l’epilogo della (tribolata) riforma delle finanze vaticane

di Carlo Marroni

default onloading pic
Il cardinale George Pell

4' di lettura

È (forse) la crisi maggiore dell’era Francesco. La bufera che travolge il cardinale George Pell investe l’intera Curia vaticana, visto il ruolo preminente esercitato dal porporato australiano dal 2014 ad oggi, come Prefetto della Segreteria per l'Economia e membro del C-9, il consiglio dei cardinali che dall’inizio del pontificato consigliano il Papa. L’effetto immediato dall’incriminazione è che Pell va in “congedo” a tempo non determinato. Il che prelude l’uscita definitiva dal suo incarico, anche per l’età di 76 anni, ormai pensionabile da un anno per le regole curiali.

É il più alto esponente delle gerarchie ecclesiali mai coinvolto in reati sessuali (le accuse dovranno essere provate), visto che tra l’altro si tratta di accuse di abusi diretti, e non già di coperture, come accadde nel 2002 per il cardinale di Boston, Law, che fu rimosso da Giovanni Paolo II: entrambi reati gravi, ma certamente diversi. É da tempo che Pell viene investito di queste accuse dall’Australia, ma mai aveva deciso di tornare in patria: oltre un anno fa testimoniò in diretta video da un albegto di Roma, di notte, e forse sperava che la questione fosse in buona parte risolta. Al di là quindi del merito giudiziario – lui respinge ogni addebito, e fino a prova contraria è innocente – la permanenza di Pell in Curia è stata costellata di problemi, che hanno perlopiù coinciso con il tribolato percorso della riforma delle finanza pontificie, voluta da Francesco e oggettivamente non riuscita.

I “super poteri” ridimensionati via via dal Papa
Durante le Congregazioni generali che precedettero il Conclave Pell insistette molto nella necessità di una riforma, e appena eletto Francesco lo incluse nel C-8 (poi diventato C-9 con il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato), sia come rappresentate dell'area dell'Oceania, sia forse come esponente dello schieramento conservatore (cui ha fatto da contrappeso il progressista tedesco Reinhard Marx, capo del consiglio dell'economia oltrechè arcivescovo di Monaco).

Fu Francesco stesso a decidere di nominarlo Prefetto della Segreteria per l'Economia - a quel posto, si disse, puntava anche il cardinale honduregno Oscar Maradiaga -, nuovo dicastero su cui avrebbe poggiato la riforma, volta a centralizzare, semplificare i processi e razionalizzare la gestione dei beni, sia immobili che finanziari. E Pell – forte di appoggi dentro il potente episcopato Usa e in centrali finanziarie e mediatiche – avviò e fece approvare dal Papa un riforma che avrebbe trasformato la Segreteria in un super-dicastero, che avrebbe controllato sia tutti i beni che i controlli, fino allo Ior, con la nascita del Vatican Asset Management (un fondo gestito tra i due enti).

Il culmine del suo potere fu nel luglio 2014, quando presentò in sala stampa la riforma e in quella occasione fece il suo esordio pubblico il nuovo presidente dello Ior, il francese Jean Baptiste de Franssu, un nobile-finanziere il cui nome fu proposto al papa dallo stesso Pell, d'intesa con l’allora potente lobby maltese. Insomma, pieni e totali poteri. Tanto che arrivò in una intervista ad affermare che in Vaticano esistevano dei fondi neri o quasi, dei quali non c’era contezza nei bilanci consolidati. In realtà si trattava di riserse a disposizione del Papa e della Segreteria di Stato, perfettamente legali, ma dei quali non veniva reso pubblico l'utilizzo soprattutto per motivi di salvaguardia dei beneficiari, perlopiù popolazioni o congregazioni religiose in aree a rischio. E infatti questa dichiarazione di Pell - che irritò molto la Segreteria di Stato, guidata cardinale Pietro Parolin – fu commentata dal portavoce padre Federico Lombardi, dicendo che non c’era fondi neri o illegali.

E anche da punto di vista organizzativo già a ottobre le cose iniziarono a non funzionare, e pian piano i poteri tornarono ad equilibrarsi: al presidente dell’Apsa, lo storico dicastero degli immobili, il cardinale Domenico Calcagno – da Pell considerato acerrimo nemico – venne assicurato dal Papa che le cose sarebbero cambiate e così avvenne l’anno successivo, quando furono pubblicati gli statuti dei nuovi enti e gli immobili tornarono all’Apsa stessa. Insomma, il super-dicastero non era più super, e alla fine è stato sancito che alla Segreteria spetta la compilazione del bilancio, i controlli e la gestione del personale (ma non il pagamento degli stipendi, sempre dell’Apsa).

Inoltre i contrasti sono stati quotidiani: come l’assegnazione dell’incarico di revisione alla Pwc che vide l’intervento del Sostituto alla Segreteria di Stato, Angelo Becciu, che sospese l’incarico alla società di revisione (e vedersi controreplicare da Pell). Sempre attorno alla Pwc si era consumato un mese fa uno scontro tra la Segreteria in tandem con il Revisore Generale contro l’Apsa, una vicenda di per sé marginale ma che confermava lo stato di tensione. Una tensione provocata anche dal lavoro del Revisore Generale Libero Milone, 69 anni ex ad di Deloitte, molto vicino a Pell e che è stato dimissionato dopo appena due anni di incarico. Motivo (non ufficiale): metodi non adatti alla Santa Sede, contrasti e tensioni. Insomma, dopo tre anni e mezzo la riforma delle finanze non ha funzionato, ma certamente la linea di Francesco di riportare gli enti allo scopi originali (come lo Ior, i cui vertici sono stati quasi del tutto azzerati rispetto al passato) ha evitato altri scandali. Gli attuali incarichi dentro la Segreteria sono stati per ora confermati – il segretario è il maltese mons. Alfred Xuereb, già segretario di Francesco e di Benedetto, ma molto poco attivo nella gestione quotidiana – ma forse si andrà verso un rinnovo generale con forse l'incarico di far marciare la riforma in modo diverso.

Lo schieramento conservatore di Curia perde un pezzo
L’uscita di Pell segna anche un altro aspetto importante della vita della Curia. Il cardinale australiano da quando è a Roma rappresenta uno dei punti di riferimento dello schieramento conservatore che fa la fronda a Francesco, specie sui temi della famiglia. Anche se non è mai stato confermato ufficialmente Pell fu ai tempi del Sinodo ordinario uno dei 13 firmatari della famosa lettera in cui di fatto si accusava il Papa e i suoi più stretti collaboratori di aver organizzato l’assise con delle regole che ne avrebbero determinato l’esito finale, a favore di una apertura a favore dei divorziati risposati che vorrebbero riavvicinarsi ai sacramenti. Una insinuazione molto pesante, specie se avallata da un membro del “governo” centrale (insieme ad altri due “ministri” di peso), ma che per il Papa non fu sufficiente pe rimuovere il cardinale dal suo incarico.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...