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La crisi dell’Italia non è colpa dell’euro

di Donato Masciandaro


(© Ianni Dimitrov)

3' di lettura

Alla vigilia delle elezioni europee uno degli argomenti più controversi è il rapporto degli Italiani con la loro moneta, l’euro. Se si separano i fatti dai sentimenti, si scopre che le due facce della medaglia raccontano storie differenti.

C’è un quesito di partenza: quale è il contributo della politica monetaria alle performance macroeconomiche? Il rapporto tra condotta monetaria e risultato macroeconomico è un argomento che va maneggiato con molta prudenza, perché tra lo strumento monetario e le conseguenze macro non esiste un rapporto diretto, ma piuttosto si ha di fronte una catena, di cui la politica monetaria può essere uno dei primi anelli, mentre i risultati macroeconomici sono l’anello ultimo. La sfida per una banca centrale – Bce inclusa – è capire sotto quali condizioni i movimenti del primo anello si riflettono nel modo desiderato sull’ultimo anello.

Ciò premesso, cosa possiamo dire dei due anelli parlando dell’euro? Gli indicatori macroeconomici che possiamo guardare sono essenzialmente tre: il tasso di inflazione, il tasso di crescita del prodotto interno lordo, il quoziente di equità. Mentre i primi due non richiedono spiegazioni, il terzo rappresenta una traduzione semplificata del concetto macroeconomico del quoziente del sacrificio.

Tale quoziente indica, per un dato Paese, le variazioni relative tra crescita economica e crescita dei prezzi. Il quoziente di equità si presta a una doppia lettura. Da un lato ci può indicare se la tutela della stabilità monetaria implichi dei costi reali netti in termini di crescita; più il quoziente è alto, più il rischio di costi da stabilità monetaria è basso. Dall’altro se la crescita economica è avvenuta a spesa di una redistribuzione del reddito occulta. Ricordiamo infatti che la tassa inflazionistica è massimamente iniqua, sia dal punto di vista economico – colpisce a parità di altre condizioni i redditi più bassi – che politico – non è deliberata da alcun Parlamento. Per cui il quoziente di equità ci dice quanto in un Paese la crescita economica è viziata da una redistribuzione iniqua; più il rapporto è alto, più l’effetto iniquo è basso.

Partendo dall’inflazione, la variazione dei prezzi al consumo nel nostro Paese passa dai 714 punti base del periodo postbellico ai 908 del periodo ante-euro, per poi cadere a 178 punti base nel periodo euro. Anche la crescita economica scende progressivamente: 513, 228 e 44 punti base rispettivamente nei tre periodi. L’indice complessivo – il quoziente di equità – parte da 71 punti base nel periodo post-bellico, scende a 32 punti base negli anni ante-euro, risale nel periodo euro a 55 punti base.

Quindi cosa dire degli anni dell’euro? La risposta dipende dagli insegnamenti che l’analisi economica ci suggerisce su quello che una unione monetaria può e non può dare. Avere una unione monetaria significa avere una banca centrale indipendente transnazionale che gestisce la politica monetaria. Ricordiamo quali sono i possibili effetti macroeconomici, sulla base degli studi empirici: avere banche centrali indipendenti riduce il rischio inflazione, senza effetti negativi netti sulla crescita economica.

È quello che è accaduto nell’area euro – quoziente equità pari a 108 punti base – ma anche per l’Italia – quoziente equità uguale a 55 punti base. Dunque per il nostro Paese il guadagno netto è stato quasi il doppio rispetto al ventennio che ha preceduto l’unione monetaria; quello che occorre domandarsi è perché il guadagno netto per il nostro Paese è la metà di quello dell’area euro nel suo complesso.

La risposta è in quello che una moneta unica non può dare: la capacità di crescere, oppure a reagire a shock macroeconomici avversi, dipende dalle altre politiche economiche, quelle cioè gestite dai governi nazionali, o da Bruxelles. Chiarire la differenza tra quello che può e non può dare una unione monetaria è fondamentale per la percezione che dell’esperienza euro hanno i cittadini europei.

Prendiamo gli italiani. Sulla base dell’analisi finora condotta, il loro gradimento rispetto all’euro dovrebbe essere crescente, o almeno costante. Nel 1999 i guadagni erano solo attesi, oggi sono effettivi. Invece il consenso si è ridotto. La differenza tra fatti e percezioni può avere tante spiegazioni. Ne ricordiamo almeno due. Da un lato, c’è un problema di conoscenza: non apprezzo abbastanza l’esperienza euro perché non so cosa sia ragionevole aspettarsi da una unione monetaria. Dall’altro lato, può esserci un atteggiamento psicologico. Si chiama attenzione selettiva: tengo conto solo delle informazioni che mi piacciono di più. Per cui nel valutare l’esperienza euro dimentico i vantaggi ottenuti, e mi rammarico per l’impossibilità di gestire una politica monetaria nazionale, come se questa in passato fosse stata correlata con maggiori performance macroeconomiche. Oppure trascuro completamente il fatto che l’incapacità del Paese di crescere era iniziata ben prima del 1999.

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