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La crisi dei miti capitalisti

Nata come «spin off» di «Breaking bad», riesce a superare la serie madre e perfezionare i meccanismi della macchinazione dei cattivi, mettendo in forte discussione gli ideali di meritocrazia e di etica del lavoro

di Gianluigi Rossini

Bob Odenkirk è Saul Goodman in «Better call Saul»

2' di lettura

Non era affatto scontato, anzi era abbastanza improbabile, che un personaggio apparso nel 2009 nel corso della seconda stagione di Breaking bad, il ciarliero e buffonesco avvocato dei criminali Saul Goodman, sarebbe diventato il titolare di uno spin off arrivato alla sesta stagione e il protagonista di una delle opere audiovisive più riuscite di sempre. La prima parte della stagione conclusiva di Better call Saul è appena finita su Netflix, la seconda arriverà il 12 luglio, sempre con un episodio a settimana, e per quanto mi riguarda sarà l’evento seriale dell’anno.

Prevedo grandi dibattiti online su quanto la serie figlia sia perfino meglio della madre, ma intanto possiamo dare per certo che Better call Saul sia riuscita a riprendere con grande successo la struttura profonda di Breaking bad , pur allo stesso tempo cambiando abbastanza elementi da non essere affatto un’imitazione. Alla base di tutto c’è sempre la combinazione tra una storia profondamente tragica, ovvero la trasformazione di un personaggio positivo in un villain, e un’estetica narrativa da action-adventure: attenzione ossessiva alle catene di causa-effetto, al dispiegamento di macchinazioni tanto perfette quanto improbabili, ai fucili cechoviani che sempre spareranno.

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Better call Saul porta questa logica alle estreme conseguenze, e gli ultimi sette episodi lo dimostrano perfettamente: il piano ordito da Saul e Kim per colpire Howard è seminato un pezzetto alla volta e poi azionato in maniera magistrale, ma il successo è subito messo in ombra dall’improvviso palesarsi delle conseguenze delle loro azioni. Kim Wexler e Lalo Salamanca, personaggi che non erano nella serie madre, hanno un ruolo ancora più centrale di prima: Lalo, senza dubbio uno dei cattivi più spaventosi di sempre, è stato per diversi episodi una vistosissima assenza, per poi riapparire all’improvviso come un demone. Kim, da parte sua, è ormai il vero cuore della serie e ha rubato la scena allo stesso Saul. La sua ascesa, che sarà inevitabilmente seguita da una caduta, segnala anche uno dei modi principali in cui Better call Saul si smarca dalle sue origini: la saga di Walter White era fondata sulla crisi della mascolinità tradizionale; qui, invece, la crisi riguarda i miti capitalisti della professionalità, dell’etica del lavoro, della meritocrazia.

Better call Saul
Vince Gilligan e Peter Gould
Netflix

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