coronavirus: i mercati

La crisi toglie 500 milioni dal tesoretto dello spread

Dopo i primi due mesi di emissioni il Mef ha già raccolto un quarto del fabbisogno 2020 ma la crescita dei rendimenti ha «consumato» 500 milioni di possibili risparmi

di Maximilian Cellino


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3' di lettura

Il calo dello spread «produrrà 400 milioni di euro risparmi quest’anno, 1,2 miliardi nel 2021 e oltre 2 miliardi nel 2022». Quando pronunciava questa frase, all’indomani di quelle elezioni regionali in Emilia Romagna che parevano aver allentato le tensioni del mercato sui titoli di Stato italiani, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, non poteva certo tener conto dell’imprevedibile evoluzione del coronavirus e della diffusione altrettanto rapida dell’epidemia nel nostro Paese.

I BTp
Dopo i primi casi conclamati registrati sul nostro territorio i BTp sono infatti di nuovo tornati nel mirino degli investitori e il rendimento del titolo decennale si è riportato in una sola settimana dallo 0,91%, vicino cioè ai minimi storici raggiunti a settembre, di nuovo all’1,11 per cento. Certo, si tratta di un valore ancora inferiore a quello di inizio anno (1,43%), ma buona parte dei vantaggi (già allora teorici, perché avrebbero dovuto essere confermati nel corso dell’anno) rischiano di essersi ormai volatilizzati se la situazione resterà quella attuale.

Le proiezioni
Volendo fare qualche ipotesi a bocce (cioè a tassi) ferme e ragionando sul rendimento a 7 anni - che essendo la scadenza media del nostro debito fornisce con buona approssimazione una misura degli oneri per le casse pubbliche - si può notare che il livello è risalito di oltre 20 centesimi dallo 0,56% del 21 febbraio allo 0,77% di venerdì scorso. Se si proiettano valori simili sull’ammontare di emissioni lorde a medio-lungo termine che effettua ogni anno il Tesoro, attorno ai 250 miliardi di euro, si può concludere che due terzi dei risparmi teorici reclamati da Gualtieri (ovvero 500 degli 800 milioni annui a regime) sono improvvisamente andati in fumo.

Con questo, occorre comunque ricordare da una parte come gli effetti non si siano interamente già trasmessi alle casse del Tesoro, che questa settimana ha per esempio collocato il nuovo BTp decennale offrendo un rendimento lordo annuo a scadenza dell’1%, superiore di soli 6 centesimi rispetto al mese scorso. Dall’altra non si può neanche negare che al momento il livello dei tassi italiani rimanga ancora contenuto al confronto dell’anno precedente, quando il costo medio all’emissione dei titoli di Stato registrato dal Mef era già sceso allo 0,93 per cento.

Difficile al momento capire se la tendenza alla riduzione avviata dall’estate scorsa dal calo delle tensioni seguito alla soluzione della crisi di Governo che ha portato all’insediamento del Conte-bis e propiziata anche dalle politiche di nuovo espansive della Bce (che a settembre ha tagliato ancora una volta i tassi e riavviato il piano di riacquisti di titoli) sia destinata a proseguire in questo 2020. Lo scoppio dell’epidemia in Europa ha in effetti rimescolato le carte, aumentando l’avversione al rischio fra gli investitori che hanno quindi ricominciato a vendere in modo massiccio i titoli di Stato italiano per rifugiarsi nei Bund, il cui rendimento è nuovamente crollato fino a -0,60% contribuendo ulteriormente all’allargamento dello spread fino a 171 punti. Il nostro Paese, colpito dal virus proprio al cuore del sistema produttivo rischia da parte sua un’ulteriore frenata economica, un’eventualità che spinge i mercati a riconsiderare anche la solidità delle nostre finanze pubbliche e, quindi, il valore dei BTp.

A limitare per il momento i pericoli di una pericolosa deriva, oltre allo scudo Bce (e ai 20 miliardi di euro di acquisti mensili, buona fetta dei quali dirottata anche verso l’Italia), contribuiscono anche le strategie di chi gestisce il nostro debito. Fino a questo momento il Tesoro aveva infatti approfittato della situazione favorevole che si era creata sui mercati per mettere fieno in cascina e portarsi avanti con il programma di aste.

Con le operazioni della scorsa settimana il Mef ha raccolto già circa un quarto (60 dei 247 miliardi) del fabbisogno stimato per il 2020 dagli analisti di UniCredit, portando fra l’altro a casa i successi clamorosi delle emissioni dei nuovi titoli a 15 e 30 anni, che a metà gennaio e febbraio hanno registrato richieste record pari a 48 e 50 miliardi.

Ora la strada si fa certo meno agevole: il prossimo test sarà l’11 e il 12 marzo, con la speranza che l’emergenza coronavirus sia più vicina alla soluzione.

Per approfondimenti:

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