Compagnia di San Paolo

La cultura a caccia di fundraiser, comunicatori e progettisti

Dalla mappatura di enti, musei e associazioni i nuovi fabbisogni formativi. La fondazione torinese ha deciso di investire 14 milioni nello sviluppo delle competenze entro il 2024

di Alessia Maccaferri

 Le residenze sabaude rappresentano uno dei sette siti Unesco presenti nel territorio del Piemonte e della Liguria

3' di lettura

Gli obiettivi sono ambiziosi: raggiungere due milioni di cittadini grazie a presidi culturali e civici sul territorio, moltiplicare per cinque l’efficienza e l’autonomia degli enti, aumentare del 20% i bambini e i ragazzi coinvolti in esperienza culturali così preziose per lo sviluppo della persona, attivare almeno 20 reti per la valorizzazione e l’attrattività dei territori. Per raggiungerli una fondazione come Compagnia di San Paolo ha a disposizione 134 milioni per il quinquennio che termina al 2024. Ma non basta avere le risorse, se non si hanno le competenze migliori. Per questo la Compagnia ha deciso di investire 14 milioni nella sviluppo delle competenze. «Guardiamo alla cultura come a un importante agente di sviluppo e sosteniamo un sistema formativo che alimenti le professioni della cultura stimolando il rafforzamento dell’intero comparto, perché sia componente vitale per la crescita della società» spiega Alberto Anfossi, segretario generale della storica fondazione.

Il punto di partenza è stata una Mappatura sulle professioni culturali emergenti in particolare, e dei loro percorsi formativi, condotta l’anno scorso tra Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. L’indagine, condotta da Cles e Associazione per l’Economia della Cultura, ha coinvolto oltre 400 enti tra associazioni, fondazioni, enti di formazione, musei e altre istituzioni, e 785 tra lavoratori dipendenti, collaboratori e consulenti.

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Sono stati individuati ben oltre 70 profili professionali emergenti e il primo posto in graduatoria spetta agli esperti di comunicazione, seguiti da fundraiser/crowdfunder, project manager, progettisti culturali, networker/community manager e manager culturali. Alcune figure sono interessanti per la capacità di far dialogare il mondo della cultura con le nuove sfide come l’esperto ambientale/sustainability manager, l’innovatore sociale, l’innovatore tecnologico/digitale, il digital humanist, Ux/Ui designer.

Soltanto il 34% delle professioni emergenti può essere fatto rientrare nel mondo della cultura inteso classicamente, mentre per il 66% si tratta di professioni definite nell’ambito della presente ricerca come “Cross/Multi settoriali”. Per questi motivi emergono grandi difficoltà di reperimento dei profili professionali identificati: le professioni “core” culturali sono ritenute più facili da trovare, mentre alcune professioni “cross”, trasversali, tra cui alcune figure relativamente “nuove”, come progettisti culturali, fundraiser e le professioni legate al digitale, sono di più difficile reperimento.

Il 46% degli intervistati ha un’età compresa tra i 35 e 49 anni, mentre il 27,5% ha più di 50 anni. Si registra una bassa presenza di under 35 (circa 25%). Oltre il 70% dei soggetti intervistati è in possesso di una laurea. Su questo risultato pesa la rilevanza della componente femminile sul campione che possiede titoli di studio mediamente più elevati degli uomini. Inoltre si rileva un'ampia eterogeneità delle competenze e delle professioni presenti e la proporzione tra professioni culturali e non culturali risulta sorprendentemente paritetica.

Si evolvono anche le modalità di lavoro nella cultura, gli approcci: il 52,2% dei lavoratori partecipa a tutte le fasi del ciclo produttivo pur con alcune differenze in relazione a specifiche figure professionali. Emerge la richiesta di lavoratori in grado di seguire l’intero ciclo di produzione ma non occupandosene in modo individuale e autonomo, bensì in modo collaborativo e interattivo. Questo aspetto avvalora la necessità di formare profili professionali di tipo multidisciplinare o in grado di agire in sintonia multidisciplinare.

L’indagine conferma poi una tendenza generale: le donne occupano soltanto in piccola misura posizioni apicali sebbene siano in possesso di titoli di studio mediamente superiori a quelli degli uomini. Per quanto riguarda le competenze non cognitive vi sono l’autonomia nella gestione/esecuzione del lavoro, la responsabilità, la flessibilità/adattabilità. Bassa priorità si assegna invece alla competitività e alla leadership. Accanto alle soft-skill, si collocano competenze specifiche “di settore” e sempre più “multi-settore” di tipo tecnico, legate alla digitalizzazione, alla comunicazione, alla gestione amministrativa, organizzativa ed economica e al fundraising. «A fronte di questa mappatura stiamo distribuendo delle linee guida per la formazione e l'avviamento alla professione culturale. Gli enti non profit della cultura potranno così avanzare le loro proposte che andremo a sostenere» spiega Matteo Bagnasco, responsabile obiettivo cultura della Compagnia di San Paolo. Inoltre «stiamo lavorando sulle competenze a un altro livello ovvero nel contributo allo sviluppo della persona. Per esempio con il progetto Nati per Leggere, assieme alla rete delle biblioteche civiche e alla Regione Piemonte che promuove la lettura a voce alta in famiglia come strumento per lo sviluppo cognitivo dei bambini nei primi anni di vita e di rinforzo nelle relazioni tra genitori e figli». Inoltre la Compagnia attiva anche strumenti di aggiornamento e sviluppo alle organizzazioni come è successo con Performing+, progetto di capacity building durante il quale un centinaio di organizzazioni del settore spettacolo dal vivo hanno sviluppato competenze strategiche dall’audience engagement all’allinemento rispetto agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030.

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