sbagliando si impara

La cultura evolve, anche in azienda: ed essere interdisciplinari è un pregio

La transilienza permette di sviluppare competenze trasferibili, cioè set di abilità che non appartengono a specifiche professioni o rami dell’industria, bensì capacità generali crossoccupazionali, multisettoriali e interconnesse

di Eva Campi *


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(REUTERS)

3' di lettura

Qualche giorno fa, una collega di grande esperienza e scrittrice affermata mi telefona e, alquanto turbata, mi riferisce che l’editore che doveva pubblicare il suo ultimo libro sta affrontando una grossa difficoltà con il suo scritto. Il problema da affrontare è il seguente: il libro è interdisciplinare. Il tema di cui tratta il testo viene affrontato da un punto di vista economico, sociale, psicologico, religioso, filosofico e quindi l’editore non capisce in quale collana inserirlo; praticamente, non riuscendo a applicarci una delle solite etichette (modello Tupperware), non sanno dove metterlo a scaffale.

Rimango basita. Mi torna però in mente un aneddoto personale dei tempi dell’università. Esame di storia della psicologia. Dopo aver risposto a tutte le domande (mi sembra in modo molto efficace), la professoressa mi restituisce il libretto con il voto appena scritto e mi dice: «Le avrei dato 30 e lode, ma lei ha un approccio un po’ troppo multidisciplinare. Quindi 30. Le do un consiglio, cerchi di rispettare maggiormente i confini delle singole materie».

Dopo la telefonata e il mio «flusso di coscienza» alla Joyce, riapro il laptop e riprendo in mano il lavoro lasciato a metà. Stavo ultimando la progettazione di un percorso di formazione. Uno di quei progetti che nascono dalle indagini di clima in cui emergono i bisogni delle persone. L’azienda in questione sente la necessità di sviluppare una maggiore cooperazione tra colleghi, un’efficace integrazione tra dipartimenti e l'abitudine a condividere le informazioni. D’accordo con il cliente, inizieremo questo processo di trasformazione della cultura organizzativa creando delle occasioni crossfunzionali in cui le persone, attraverso l’incontro e lo scambio, possano ampliare le loro prospettive, alzando lo sguardo e smontando la mentalità a silos.

Che paradosso, mi dico. L’ambiente educativo e divulgativo sembra fare fatica ad uscire dalle logiche auto-referenziali. Ti dice di mantenere un approccio strutturato, verticale e per singola materia. Mentre il mondo del lavoro, al contrario, fornisce strumenti educativi e spazi di interscambio , multisettoriali e crossdipartimentali, perché ha necessità di connettere, aprire e collegare per crescere, quantitativamente e qualitativamente.

Le aziende e le organizzazioni pronte ad ascoltare e a mettersi in discussione, hanno infatti intuito in anticipo quello che, drammaticamente, sta emergendo da approfonditi studi sulle capacità cognitive e realizzative delle persone. Come riportato, infatti, nel report del NAEP del 2017 (National Assessment of Education’s Progress), negli Stati Uniti il livello educativo (misurato con molte variabili, ad esempio la comprensione del testo, la lettura, la logica, la matematica ed altre ancora) è rimasto piatto negli ultimi 10 anni.

Numerosi esperti, valutando i dati, sono ormai concordi nell’affermare che il modello educativo basato sullo sviluppo delle singole competenze verticali ha portato gli studenti ad eliminare la « background knowledge». Questa è la conoscenza di contesto che sta attorno ad ogni singola competenza specifica e consta in quei collegamenti tra varie materie, informazioni e esperienze chiamata anche interdisciplinarietà. In poche parole, la tendenza ad inscatolare verticalmente le singole materie/competenze ha portato a uno stallo nell’apprendimento, invece di garantirne lo sviluppo promosso (e promesso) dal metodo strutturato e iperspecialistico.

Sembra ormai evidente che imparare in modo interdisciplinare rappresenti un allenamento indispensabile per comprendere a tutto tondo non solo quello che sto studiando, ma anche quello che succede nel mio contesto di riferimento. Ci fornisce la possibilità di farci un’idea delle cose, perché sappiamo «mettere insieme» dati diversi di uno stesso argomento. Muoversi orizzontalmente, far transitare la mente da un contesto a un altro è la palestra essenziale per adottare quelle attitudini che poi diventano determinanti per il benessere delle persone e, quindi, la prosperità del business, come ad esempio la condivisione delle informazioni, la collaborazione e l’integrazione di know-how.

Questa abilità di ampliare orizzonti, trasferire sapere e costruire ponti di conoscenza (invece di muri) viene chiamata transilienza (termine coniato dal leggendario scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke). La transilienza permette di sviluppare competenze trasferibili, cioè set di abilità che non appartengono a specifiche professioni o rami dell’industria, bensì capacità generali crossoccupazionali, multisettoriali e interconnesse. Risulta immediata la comprensione dei benefici e vantaggi che questo mindset genera nelle persone e nelle aziende:

Flessibilità, perché permette una maggiore capacità di rispondere in modo differenziato ed efficace verso gli stimoli dell'ambiente.
Portabilità, perché la natura delle competenze trasferibili è proprio quella di poter essere “portate” con noi.
Occupabilità (employability), perché queste abilità trasferibili dimostrano una propensione all’adattamento e alla disponibilità ad imparare.

Anticipandovi che il libro della collega uscirà a breve per merito di un altro editore meno “verticale”, personalmente ringrazio quell’intuito dei 20 anni che, tra desiderio di affermazione e sfida del “farò a modo mio”, mi ha portato a non seguire il consiglio della professoressa e a non essermene mai pentita.

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