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La cultura del fare delle imprese ultracentenarie

Cronaca e storia riflettono, sui media, immagini diverse della figura dell’imprenditore

di Danilo Broggi

(athitat - stock.adobe.com)

3' di lettura

Ho letto con interesse l’articolo a firma di Antonio Calabrò pubblicato sul Il Sole 24 Ore di qualche giorno fa, in particolare quando sottolinea l’importanza (o, meglio, la necessità) di «passare da una concezione (dell’impresa) shareholder value a quella da stakeholder value, con il peso delle esternalità positive aggiunte». Al centro c’è il tema del “valore sociale” dell’impresa vista come “motore di valore” per tutti i soggetti direttamente e indirettamente coinvolti: lavoratori, fornitori, territori, comunità di riferimento e imprenditori.

Cronaca e storia riflettono, sui media, immagini diverse della figura dell’imprenditore. Se nelle pagine dei quotidiani non si trovano più storie di persone o di famiglie, di “capitani” di successo, e se vi si trovano sono, di solito, laudatorie di imprese notissime che rischiano di essere fastidiosamente stucchevoli, si legge invece sempre più spesso di “imprenditori” coinvolti in giri di tangenti, favori alle cricche, in combutte politiche.

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L’esperienza maturata in trent’anni di ricerca storica da parte del Centro per la cultura d’impresa (www.culturadimpresa.org) registra invece un punto di vista diverso, più positivo. I racconti raccolti dal Centro attraverso le storie di vita dei commercianti storici milanesi, ad esempio, e ancor più la mappatura avviata con il Registro delle imprese storiche di Unioncamere, gettano luce su tante storie accomunate dalla capacità di un impegno lavorativo quotidiano che attraversa il tempo e dura perché si evolve affrontando momenti di crisi e fasi di successo.

Circa 2.700 sono le imprese ultracentenarie che volontariamente si sono iscritte a questo registro e che, valutate nei requisiti, hanno dimostrato la durata nell’attività produttiva attraverso i passaggi generazionali. Storie di famiglie, storie di saperi e conoscenze che si tramandano e si evolvono in maniera diacronica, affrontando ostacoli derivanti da contingenze negative o progredendo nello sviluppo e nell’innovazione, spesso in chiave tecnologica e/o in termini di competitività internazionale.

Tali percorsi di successo – e la durata è uno dei criteri di valutazione di tale successo – che cosa lasciano al nostro Paese? Lasciano un sostrato di “cultura del fare”: insieme una sapienza tecnica che tendenzialmente si perde nel momento in cui finisce l’esperienza imprenditoriale e una cultura del lavoro come realizzazione non solo di un bisogno, ma anche di un’idea, di un progetto, se non di vita, almeno di realizzazione umana.

Le Associazioni di categoria datoriali, salvo rare ed episodiche eccezioni, hanno sottovalutato l’importanza di rappresentare queste storie di persone, territori e comunità non facendo così emergere sacrifici, risultati ed esternalizzazioni positive con il territorio e le comunità di riferimento. Il conoscere e il meditare le tante storie di singole persone, molto più spesso di nuclei famigliari, che hanno saputo dar vita a percorsi professionali di successo, creando posti di lavoro e cultura tecnica può esserci utile per ripensare alla figura dell’imprenditore come portatore di una ricchezza culturale oltre a quella economica, che oggettivamente rappresenta il tessuto connettivo dell’economia di un Paese.

Tratto distintivo è il numero di Pmi: 7 per ogni 100 abitanti (Istat) con un tasso di imprenditorialità (espresso come rapporto tra numero di lavoratori indipendenti e totale dei lavoratori delle imprese) pari al 31,3% che, se confrontato con la media europea, è di quasi tre volte superiore. Anche sulla spinta della cogente necessità di sviluppare e rilanciare la nostra economia occorre rimettere al centro delle decisioni politiche in materia economica e industriale la figura positiva dell’imprenditore. E operare in sede normativa e applicativa a favore di una vera rivoluzione che agisca come fattore di potenza liberando e moltiplicando le energie imprenditoriali. Ripartendo proprio dalle Pmi, per la loro capacità di legarsi al territorio, di fare sinergia, collegandole in modo non sporadico ai centri di ricerca, alle università e “favorendo” la loro capacità di crescere e svilupparsi.

L’imprenditore non vuole e non deve essere messo nella condizione di dire ai suoi figli di lasciar perdere. Tanto meno desidera pensare che non si possa più investire in Italia: non ha però bisogno di un salvagente, ma di un sistema efficiente, proattivo, non vessatorio, professionalmente qualificato, per far emergere quella cultura del lavoro che le tante storie delle nostre imprese centenarie possono vantare come uno dei risultati di civiltà più alti dell’Italia produttiva.

Presidente Centro Cultura d’Impresa

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