Opinioni

La cultura del merito via per il rilancio

Serve un cambio di marcia, culturale e di metodo in grado di cambiare il volto alla nostra macchina pubblica

di Dino Pesole

(EPA)

3' di lettura

Ma quanto “varrebbe” in termini di Pil l’affermarsi nel nostro Paese di una vera cultura del merito e della responsabilità, che coinvolga in primo luogo le amministrazioni pubbliche? Risposta: dipende da quanto incisive e profonde sarebbero le innovazioni, trainate in gran parte dalle nuove tecnologie digitali. Questione non banale, che si inserisce a pieno nel dibattito avviato dal direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini, sull’alternativa che abbiamo dinanzi a noi, resa ancor più pressante dalle conseguenze economiche e sociali della pandemia: sviluppo o declino? Un Paese al bivio, in un tornante decisivo della sua storia, che potrà riemergere dalle secche della recessione se sarà in grado di utilizzare a pieno, in modo corretto e responsabile i 209 miliardi della Recovery and resilience facility.

È partita la corsa all’assegnazione dei progetti e dei relativi fondi, e continua ad avvertirsi all’interno del composito universo della pubblica amministrazione una tentazione, tutt’altro che sopita, a una sorta di “assalto alla diligenza”, stile anni 80 del Novecento. L’elenco delle richieste, delle deroghe che arrivano da diversi dicasteri è nutrito. Occorrerà selezionare e presentare entro gennaio a Bruxelles una lista organica e credibile di progetti, sostenuta da un progetto-Paese che si collochi in linea con le Linee guida già indicate dalla Commissione europea. E l’aspetto relativo al potenziamento delle “infrastrutture immateriali” sarà decisivo.

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Partiamo dai dati. Secondo le ultime stime della School of Management del Politecnico di Milano, l’introduzione a regime della fattura e dei pagamenti elettronici, dell’e-procurement e della gestione e conservazione informatica degli atti amministrativi consentirebbe di risparmiare attorno ai 25 miliardi. Confindustria digitale stima che l’inefficienza e scarsa produttività della macchina pubblica ci costi attorno ai 30 miliardi l’anno. Ma non è solo una questione di risparmi, pur rilevante alla luce dell’aumento astronomico del debito pubblico proiettato verso la soglia record del 158% del Pil per effetto della pandemia. La domanda è la seguente: è ipotizzabile che nel combinarsi di fattori a carattere straordinario, come il ricorso al lavoro agile che il ministro della Pubblica amministrazione Fabiana Dadone ha fissato ora ad almeno il 50% nel pubblico impiego, con percentuali più elevate per le amministrazioni «dotate di adeguata capacità organizzativa e digitale», e tendenze irreversibili che tuttavia faticano ad affermarsi (la completa digitalizzazione della Pa), si possa generare un cambio di marcia, culturale, di merito e di metodo in grado di cambiare il volto alla nostra macchina pubblica? Se la risposta fosse affermativa, il boost, la spinta verso il recupero di quote di produttività a beneficio dell’intera economia sarebbe assicurato.

Ma cosa vuole dire affermare la cultura del merito e della responsabilità? Prima di tutto, abbandonare la strada delle scorciatoie. I concorsi pubblici, da organizzare con procedure snelle e semplificate in linea con le novità contenute nel “decreto Rilancio” sul decentramento e la digitalizzazione delle procedure, devono essere il primo banco di prova per valutare e premiare il merito. Organizzare la dirigenza sul modello dell’Ena francese è forse una chimera, ma spingere sul rafforzamento delle competenze trasversali e delle cosiddette progressioni verticali (percorso avviato con l’ultimo “Milleproroghe”), sulla cultura della “team leadership”, sul concetto stesso di manager pubblico e sulla formazione continua non parrebbe una missione impossibile.

Certo occorre invertire e in fretta una situazione che – stando ai dati dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche – vede solo il 9% dei dirigenti pubblici collocarsi nella fascia di età al di sotto dei 45 anni, anche a causa del blocco del turnover. Nella legge di Bilancio per il 2020 è stato abolito il vecchio tetto sulle spese relative alla formazione del pubblico impiego che risaliva al 2010, ma è solo un primo passo. Occorrono più risorse e programmi formativi efficaci: perché non destinare a questo fine una parte degli stanziamenti in arrivo dal Recovery Fund? Il processo, una vera e propria inversione di marcia, non può che essere accompagnato da una vera, massiccia operazione di semplificazione, a partire dai bandi dei concorsi (stanno funzionando i “bandi tipo”?) per finire con gli ordinari adempimenti amministrativi. Stiamo parlando di un cambio di marcia che dovrebbe investire ben 3,2 milioni di pubblici dipendenti, dai ministeri agli enti decentrati e alle Regioni. Non sono una cifra enorme nel rapporto con la popolazione, ma il costo del personale è ingente: 170 miliardi l’anno. Il problema tuttavia non è “quanto” si spende ma “come”. E da noi si spende male. La tornata contrattuale 2019-2021 per la quale sono già stati stanziati 3,4 miliardi sarà ancora una volta un’occasione mancata da questo punto di vista?

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