anticorpi monoclonali

La cura made in Italy con il sangue dei guariti

Dalla partnership tra Spallanzani e Fondazione Toscana Life Science lo sviluppo di un farmaco. Si punta a produrlo per la primavera del 2021, ma ora servono gli investimenti dell’industria

di Barbara Gobbi

Coronavirus: tutti i malati sviluppano gli anticorpi

Dalla partnership tra Spallanzani e Fondazione Toscana Life Science lo sviluppo di un farmaco. Si punta a produrlo per la primavera del 2021, ma ora servono gli investimenti dell’industria


4' di lettura

Da una partnership di ricerca tutta “made in Italy” - e che ambisce a restare tale anche nella fase industriale - nasce la prospettiva concreta per l’Italia di piazzarsi ai primi posti nella corsa internazionale per un farmaco specifico contro il Covid-19. Protagonisti, gli anticorpi monoclonali umani estratti dal sangue di pazienti guariti e che una volta reingegnerizzati e poi clonati in laboratorio sono in grado di neutralizzare il virus.

Più facile a dirsi che a farsi, ovviamente: il progetto di ricerca non a caso nasce dalla collaborazione di due eccellenze quali la Fondazione Toscana Life Sciences (Tls) - che a Siena ha costruito un hub integrato delle scienze della vita - e l’Istituto per la malattie infettive-Irccs Lazzaro Spallanzani di Roma, che ha messo a disposizione il proprio modello di ottimizzazione dei parametri per identificare i pazienti. «Abbiamo fatto un accordo con TLS perché la Fondazione aveva capacità uniche per sviluppare questo programma – spiega il direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito –. Oggi possiamo dire con grande orgoglio che il risultato ci pone in una posizione di primo piano sullo scenario internazionale».

Il progetto a Siena
Ad appena due mesi dall’avvio a Siena del progetto - su cui lavora il team di undici super ricercatori Mad Lab (Monoclonal Antibody Discovery) - già infatti si vedono i primi frutti: 17 anticorpi «estremamente promettenti e potenti», con effetto neutralizzante sul virus vivo, sono stati clonati ed espressi in laboratorio così da averne in quantità maggiore per saggi che confermino la loro attività biologica contro il nuovo coronavirus. Alla fine della selezione, si otterranno uno o più candidati da proporre per test sull’uomo con l’avvio della vera e propria fase di trial clinici. A spiegare il senso del progetto e il valore aggiunto degli anticorpi monoclonali è il microbiologo Rino Rappuoli, Project coordinator presso la Fondazione TLS nonché Chief Scientist GSK Vaccines: «Quando ci si trova davanti a una malattia emergente come il Covid-19, per sviluppare farmaci e vaccini serve tempo, ma gli anticorpi monoclonali sono tra i primi candidati sia per la cura sia per la prevenzione. Non c’è nulla di più naturale e di più veloce: li isoliamo a partire dai pazienti guariti dalla malattia grazie al loro stesso sistema immunitario, selezionando le cellule B che hanno prodotto gli anticorpi grazie ai quali la persona supera l’infezione. Poi si tratta di trovare i migliori, per arrivare infine a produrli in maniera industriale. Di fatto non andiamo a inventare un farmaco ma a selezionare i “farmaci” che gli stessi pazienti hanno sviluppato, per aiutare le altre persone». Il vantaggio è nella tecnica ma anche in una expertise produttiva ormai consolidata: «Ci aspettiamo – spiega ancora Rappuoli - di arrivare a un farmaco per la prossima primavera, quindi in tempi molto rapidi. Questo sia grazie all’apporto cruciale dello Spallanzani e alla competenza del team di ricerca sia perché gli anticorpi monoclonali umani sono prodotti ormai in commercio per tante terapie, inclusi gli anti tumorali. Sappiamo che sono sicuri, come produrli e dove, perciò ci aspettiamo uno sviluppo precoce a minore impatto».

Il traguardo del farmaco
Se la ricerca procede a passi rapidi – i primi risultati del progetto di Siena sono stati appena pubblicati in versione “preprint” sul sito BioRxiv, punto di riferimento nell’ambito delle “life science” – ora si tratta di guardare alla produzione per rendere disponibile al più presto il farmaco. «Questo prodotto ha una duplice valenza: potrebbe essere dato a tutte le persone positive al test così come, in via preventiva, a tutti i soggetti a rischio infezione come i medici. Sarebbe un’ottima soluzione aspettando il vaccino e anche in seguito una soluzione complementare: per la protezione dopo un vaccino infatti si deve attendere un mese e si resta coperti a lungo, mentre con il farmaco la copertura scatta da un'ora dopo la prima somministrazione per estinguersi però dopo 3-4 mesi», ricorda Rappuoli. Per arrivare al traguardo sul farmaco serve però essere competitivi fino all’ultimo e se fino a oggi ci si è basati essenzialmente su fondi europei e sul sostegno della Regione Toscana, in vista della produzione industriale bisognerà spiccare il volo: «Stiamo già facendo alleanze con aziende italiane che hanno la capacità produttiva per sviluppare e produrre il farmaco, che spero vivamente sia tutto made in Italy – aggiunge ancora Rappuoli -. Serve fare sistema per portare avanti il progetto fino alla fine. Come Fondazione Toscana Life Sciences lanciamo una vera e propria call per sostenere questo progetto, che riteniamo meriti investimenti nell'ottica di un modello virtuoso pubblico-privato capace di sostenere il confronto internazionale». Un’impostazione che Giuseppe Ippolito condivide: «All’Italia in questa fase serve una ricerca quanto più possibile traslazionale e a forte coordinamento centrale – spiega il direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani -. Bisogna investire in una R&S che sia pubblica ma con le opportune partnership con il privato: questo è il modello che ci consentirà di affrontare l’epidemia».

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...