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La curva pericolosa dei tassi Usa che suona l’allarme recessione

di Maximilian Cellino


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3' di lettura

La strada della crescita economica è costellata di «curve pericolose». E se il rischio di sbandare si fa sempre maggiore via via che il ciclo raggiunge uno stadio più maturo, come oggigiorno negli Stati Uniti, non mancano neanche i segnali di pericolo in grado di mettere in guardia gli investitori. Uno di questi si è acceso proprio in questi giorni e arriva per l’appunto da una curva, quella dei tassi dei Treasury, i titoli di Stato Usa. Di solito questa è inclinata in modo positivo, cioè a scadenze più lunghe corrispondono valori maggiori, ma talvolta si «inverte», cambia cioè forma e non è certo un bel sintomo.

Due giorni fa il tasso dei Treasury a 2 e 3 anni ha superato quello della scadenza a 5 anni. Per ora si tratta di un centesimo o poco più: un movimento quasi impercettibile, ma da non sottovalutare perché non si verificava addirittura dal 2007 e soprattutto perché in passato è stato profeta di sciagure, per l’economia e per i mercati azionari. Di solito gli analisti mettono a confronto i tassi a 2 e 10 anni, e su questo orizzonte il temibile evento non si è ancora consumato. Non siamo però molto lontani: mancano appena una dozzina di centesimi per tornare indietro a situazioni che negli Stati Uniti si sono verificate (come si vede nel grafico sotto) alla fine degli anni 80, nel 2000 e ancora nel 2006-2007. Alla vigilia cioè di altrettante fasi di recessione economica.

IL SEGNALE DI PERICOLO
IL SEGNALE DI PERICOLO
IL SEGNALE DI PERICOLO

Tecnicamente parlando, come spiega Oliver Jones di Capital Economics, la crescita dei rendimenti delle obbligazioni a breve scadenza «riflette presumibilmente il fatto che l’economia Usa si mantiene per il momento in buona salute e che la Federal Reserve possa effettuare almeno un altro paio di aumenti dei tassi».

Al contrario, l'anomalia che stiamo raccontando si spiega con il fatto che la banca centrale Usa non solo non proceda al terzo aumento dei tassi che fino a qualche settimana fa pareva scontato, ma che addirittura possa tornare ad abbassare il costo del denaro in una fase non troppo lontana, proprio perché nel frattempo l’economia rischia di frenare. Del resto, la grande maggioranza degli economisti ritiene ormai che lo stimolo derivante dalle misure fiscali espansive adottate quest'anno da Donald Trump avrà vita breve e che nel 2020 una recessione sia più che probabile.

Fin qui la dinamica ripeterebbe quella di qualsiasi ciclo economico, che si espande, attraversa una fase di maturità, e poi si esaurisce per lasciare successivamente spazio a una nuova ripresa. Il problema, come sottolinea Jones, è che «ogniqualvolta la curva dei rendimenti dei Treasury diviene molto piatta o inizia addirittura a invertirsi, il mercato azionario tende a far fatica nei successivi due anni, proprio perché l’economia inizia a indebolirsi». Capital Economics pensa che anche questo caso non faccia eccezione e prevede un calo di quasi il 15% per l’indice S&P 500 nel 2019, ma non tutti sono d’accordo con questa visione così pessimista.

Uno studio pubblicato da Jp Morgan Am qualche mese fa, quando l’appiattimento della curva Usa cominciava manifestarsi, invitava a non drammatizzare: l’esperienza degli ultimi 40 anni mostrava infatti dai 10 ai 24 mesi (in media sono 17) prima che l’inversione sfoci poi in una vera e propria crisi economica. E che poi possono trascorrere ulteriori mesi (fino a 8, in media 4) prima di assistere a una disfatta a Wall Street. Di tempo per riflettere, e per correre ai ripari, ce ne sarebbe ancora. Ma c’è anche chi, come il team Multi Asset di M&G Investments, invita in questi casi a «non prendere in considerazione un solo parametro» e a contestualizzare i movimenti della curva con le attese (giuste o sbagliate che siano) dei mercati sulle mosse della Federal Reserve. Intanto la disfatta di ieri di Wall Street mostra che gli investitori stanno prendendo la cosa maledettamente sul serio: meglio allacciare le cinture per tempo.

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