Falchi & colombe

La danza dell’euro sull’asse franco-tedesco

di Donato Masciandaro


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Marka

3' di lettura

Euro forte, dollaro debole. La spiegazione è semplice: le buone notizie europee, che vengono da un lato da Draghi, dall'altro da Macron e Merkel, hanno sui mercati dei cambi maggior presa delle buone notizie Usa: la politica fiscale di Trump e la normalizzazione della politica Fed.

Almeno finora. In questi giorni la dinamica nei mercati delle valute ha attirato l’attenzione dei media, di fronte ad un continuo apprezzamento del nostro euro, a fronte di un deprezzamento del dollaro. Ci si è interrogati con sorpresa sulla cause, e con preoccupazione sulle conseguenze. Su entrambi i fronti, le esagerazioni non sono mancate.

Si può provare allora a far ordine, raccontando l’andamento del tasso di cambio tra euro e dollaro nel modo più semplice possibile. Considerando complessivamente i mercati, data l’offerta di euro e quella di dollari, quello che conta è capire cosa muove la domanda di euro e quella di dollari; le due dinamiche determineranno il prezzo dell’euro rispetto al dollaro. Il prezzo di una valuta è sensibile ai fatti, ma anche alle parole, relative a due argomenti: le prospettive rispettivamente dell’economia reale e di quella monetaria.

In queste settimane, la percezione dello stato di salute dell’economia reale europea è stata rafforzata da dati concreti: la ripresa economica riguarda l’Unione nel suo complesso, ed appare coerente con il processo di normalizzazione della politica monetaria annunziato dalla banca centrale europea (Bce). Anzi, i più ottimisti preconizzano anche una accelerazione delle fasi che caratterizzeranno la normalizzazione monetaria europea. Fatti concreti sono emersi anche dal versante politico: l’asse tra Francia e Germania offre sicuramente una prospettiva positiva in termini di evoluzione, piuttosto che di ripiegamento, del progetto europeo di integrazione monetaria, finanziaria e fiscale.

Dall’altro lato dell’Oceano Atlantico anche lo stato dell’economia statunitense appare vigorosa. In più ci sono gli annunzi: la “rivoluzione fiscale” messa in atto dal presidente Trump dovrebbe consentire agli Stati Uniti una crescita economica, i cui effetti positivi, alla fine, saranno più che proporzionali delle incognite che apre, in termini di sostenibilità fiscale ed economica.

È la robustezza di tali annunzi a dover essere tutta da verificare. Le riforme fiscali che scommettono sull’effetto netto del combinato disposto di rientri agevolati di capitali e di abbattimento di aliquote sono appunto delle scommesse; è una affermazione che ai lettori italiani dotati di un po’ di memoria apparirà scontata; ma ricordarlo - soprattutto nelle fasi elettorali e soprattutto nel nostro Paese - è prudente.

Poi negli Stati Uniti c’è l’annunzio della normalizzazione della politica monetaria: tre innalzamenti dei tassi di interesse nel corso del 2018. Quanto credibile è tale promessa? Se utilizziamo come indice di credibilità la probabilità implicita nei mercati dei futures, siamo ancora al cinquanta e cinquanta. L’incertezza è alta, nonostante l’andamento dei tassi di interesse a breve e a lungo termine stia già tenendo conto che la normalizzazione è – almeno al cinquanta per cento – probabile. Ma c’è un però: la perdurante anemia dell’inflazione.

La dinamica dei prezzi negli Stati Uniti è ancora più fiacca del previsto; lo è anche in Europa, dove però la ripresa economica è arrivata più tardi. L’incognita inflazione preoccupa più di quello che sembri, quantomeno nel perimetro della banca centrale (Fed). Sarà un caso, ma negli ultimi tempi più di un membro della Fed – in carica o passato, come il presidente Bernanke – ha posto il problema di rivedere verso l’alto l’obiettivo inflazionistico della Fed. È evidente che se ci fosse una revisione, ed avesse un effetto immediato, le probabilità di normalizzazione della politica monetaria della Fed si abbasserebbero decisamente.

Insomma: sulla domanda di euro i fatti e le parole hanno dato in queste settimane segnali concreti e coerenti. Lo stesso non può dirsi sulla domanda di dollari. Inoltre, non va dimenticato che la domanda di dollari ha nel decennio appena passato alimentato una crescita dell’indebitamento mondiale straordinaria, quindi un suo ripiegamento strutturale - in termini di flussi - non dovrebbe sorprendere. L’euro forte danza sull’asse franco–tedesco, ma tutto dipende da quanto – e se – ripartirà la danza che guida tutte le altre, quella della valuta verde.

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