LA CONTESA

La Dc è morta, ma il simbolo scudocrociato no

di Riccardo Ferrazza


Proiezioni europee, la Lega e' il secondo partito in Ue

2' di lettura

La vicenda si trascina dal 1994, anno della dissoluzione della Dc e della diaspora democristiana con conseguente disputa legale sulle spoglie del partito: chi ha diritto a utilizzare lo storico simbolo dello scudocrociato? Oggi il Tar ha dato una risposta. Difficilmente, però, visti i precedenti, sarà quella definitiva.

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Tra i contrassegni depositati al Viminale per le elezioni europee del 26 maggio c’è infatti anche quello della Democrazia cristiana che si considera l’erede legittima della forza politica che ha governato l’Italia per mezzo secolo. Ministero dell’Interno e Ufficio elettorale nazionale hanno però bocciato il simbolo e il Tar ha confermato l’esclusione: titolare dello scudocrociato è infatti l’Udc, partito fondato da Pier Ferdinando Casini e guidato ora dal segretario Lorenzo Cesa. «L’Udc - scrivono i giudici amministrativi - con il proprio simbolo recante all’interno lo scudo crociato e la scritta Libertas, ha rappresentanti sia in Parlamento europeo, sia in quello nazionale, mentre la Democrazia cristiana (...) non ne ha nessuno dal 1993».

La rinata Dc ebbe il suo battesimo il 30 marzo del 2012, con un Consiglio nazionale autoconvocatosi per iniziativa di Clelio Darida e di altri 48 consiglieri nazionali che ricoprivano quel ruolo nel 1994, anno in cui fu deliberata la nascita del Partito popolare italiano. Segretario nazionale venne eletto Giovanni Fontana. Il presupposto dei democristiani “irriducibili” (con tanto di uffici a Palazzo Cenci-Bolognetti a piazza del Gesù) è che lo scioglimento della Dc in realtà non sia mai avvenuto. Argomentazione smontata dal Tar, per il quale «l’assenza di un atto formale di estinzione» non ha alcun rilievo.

Non è tutto. Per i giudici amministrativi «non merita accoglimento» neanche il secondo motivo di ricorso della Democrazia cristiana: la propria affiliazione, esibita nel simbolo stesso, con il Partito popolare europeo. La documentazione prodotta «comprova non solo che esclusivamente sei formazioni politiche italiane hanno ricevuto il riconoscimento previsto dall’art. 5 dello Statuto di detto partito (segnatamente: Forza Italia, Südtiroler Volkspartei, Popolari per l’Italia, Alternativa Popolare, Partito autonomista Trentino Tirolese e l’Udc ) ma che il Ppe ha espressamente negato l’uso del proprio simbolo a formazioni diverse da quelle sopra indicate».

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