Interventi

La delicata questione del voto plurimo delle società

di Laura Schiuma


3' di lettura

Nel D.L. “Rilancio” è sparito un certo Art. 45 introduttivo del “Voto plurimo” per le quotate, contenuto nelle versioni precedenti. Del che non ci si può che rallegrare, purché la disposizione non sia rilanciata in sede di conversione come la storia ci ricorda. Non è chiaro quale sarebbe stata la necessità e urgenza della disposizione, slegata com’è dalla pandemia, donde la sua probabile incostituzionalità. La sua ratio sarebbe stata nell’essere “noto” che diversi ordinamenti giuridici stranieri consentono anche alle quotate, di derogare alla regola one share one vote, ma l’ordinamento giuridico italiano “vieta” alle quotate «l’emissione di azioni a voto plurimo, se non nella peculiare forma delle azioni a voto maggiorato»; e che tale differenza «rischia di comportare una concorrenza tra ordinamenti, a danno del mercato borsistico italiano». Peccato che chi conosce l’ordinamento italiano, e conosce anche l’esperienza delle società quotate italiane che hanno deciso di trasferire all’estero la sede legale, sa benissimo che si è trattato di ragioni che nulla hanno a che vedere con l’emissione di “azioni a voto plurimo” (VP). E, soprattutto, sa benissimo che gli ordinamenti europei che conoscono il VP non conoscono anche le azioni senza voto e viceversa. L’ordinamento italiano invece non solo li conosce entrambi, ma non si priva neppure di strumenti diversi: consente le azioni a voto limitato, non consentite in ordinamenti come Svezia e Danimarca, che ammettono invece il VP; consente le azioni a voto subordinato e le stesse azioni a voto maggiorato (VM) o loyalty share, e le consente - nonostante siano ispirate alle francesi actions à droit de vote double, ivi volute al posto di quelle a VP quale premio per la fedeltà degli azionisti e quale misura di contenimento della finance court-termiste propiziata dal record date - in aggiunta alle azioni a VP (e non al posto delle stesse), donde in Italia abbiamo le une e le altre. L'Italia è dunque l’unico ordinamento che già conosce l’intera gamma delle possibili opzioni in tema di rapporti voti/azioni, spaziando dalle azioni ordinarie a tutto il ventaglio delle categorie speciali, da quelle senza voto, a quelle a voto limitato o subordinato, a quelle a voto plurimo; opzioni, peraltro, cui si devono aggiungere quelle modulazioni del voto che non passano per le categorie speciali, come appunto le azioni a voto maggiorato (art.127quinquies TUF) e quelle a voto, per così dire, minorato (che pure non ci facciamo mancare, stanti i tetti massimi e il voto scalare ex art.2351,co.3,c.c.), le quali si spalmano sull’intero corpo votante. L’unico limite è in Italia nella circostanza che le azioni a VP, in quanto categoria speciale, e come tale soggetta a ben determinati equilibri con le altre categorie, non possono essere introdotte nelle società quotate (ma possono nelle altre società aperte) per evitare il cumulo del VP con il diverso meccanismo del VM, stante il timore che la fluttuanza del numero totale dei voti esercitabili possa compromettere quegli equilibri tra le diverse categorie di azioni, postulati invece dalle azioni a VP, in quanto categoria speciale. Il tutto rendendo oltremodo opaco quel mercato del controllo societario che la disciplina degli emittenti dovrebbe invece preservare. Il divieto, peraltro, non toglie che in molti casi nelle stesse società quotate si riscontri la presenza delle stesse azioni a VP: perché emesse anteriormente all’inizio delle negoziazioni in un mercato regolamentato o perché si tratta di società quotate risultanti dalla fusione o scissione di società che avevano già emesso azioni a voto plurimo; vuoi perché in entrambi casi le suddette società possono emettere azioni a VP proprio al fine di preservare il rapporto tra le diverse categorie di azioni in caso di aumento del capitale, fusioni o scissioni. L’unico limite essendo, appunto, non prevedere “ulteriori maggiorazioni” del voto (art.127sexies TUF). Nulla impedisce, insomma, all’autonomia statutaria di ritagliare l’abito “su misura” per mantenere saldo il controllo delle società quotate italiane, sfruttando l’intero arsenale dei Control Enhanging Mechanism, ivi compreso il VP. La vera ragione per la quale importanti quotate italiane hanno spostato e continuano a spostare la sede legale in ordinamenti come l’Olanda non sta affatto, com’è evidente, nella presenza o meno del voto plurimo o maggiorato, le fuoriuscite non essendosi fermate neppure con l’introduzione in Italia del VM, seguito a ruota dal VP, dopo il clamore mediatico del caso FCA. Sta piuttosto nell’incertezza del diritto ingenerato dalle continue riforme e controriforme e dall’eccesso di norme, e sta nelle lungaggini della giustizia e della burocrazia, ingolfate in Italia come in nessun altro ordinamento. Bene ha fatto dunque il legislatore a far sparire la disposizione e bene farà ancora a vigilare affinché non sia “rilanciata”, magari in sede di conversione, con qualche abile emendamento.

Professore Ordinario di Diritto Commerciale, Università di Perugia

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti