VIZI ANTICHI

La democrazia (etero) diretta dei 5 Stelle

di Paolo Armaroli

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Che cosa non si fa per tirare a campare. In effetti, Luigi Di Maio le ha tentate di tutte. Non tanto per salvare l’amico-nemico Matteo Salvini, quanto piuttosto per preservare il governo e di conseguenza la sua poltrona dorata. Per prima cosa si è autoaccusato assieme con Conte e Toninelli. «Se è colpevole Salvini, lo siamo anche noi». Un doppio azzardo. Quello di finire prima o poi in gattabuia. E quello di offrire l’occasione ai pentastellati, che tra di loro si guardano in cagnesco, di sfiduciare nel voto a Salvini il loro capo politico pro tempore.

Pro tempore perché, politicamente parlando, il capo non gode di buona salute. E allora, ecco la seconda mossa. Se il partito si è ridotto a un pugno di uomini indecisi a tutto, la cosa migliore è quella dell'appello al popolo. Non è forse vero che questo appello è per l'appunto nel Dna del Movimento? E non è forse vero, come si diceva nell'antica Roma, che vox populi vox dei?

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Il guaio è che tutto è a posto e nulla in ordine. Difatti l’articolo 67 della Costituzione prevede il divieto di mandato imperativo. Mentre i grillini ancora una volta se ne fanno beffe e intendono ritornare in sostanza al mandato imperativo dei secoli bui. A riprova che le rivoluzioni si fanno sovente con i carabinieri, valga l’esempio storicamente certificato del passaggio dal mandato imperativo al divieto di mandato imperativo. Luigi XVI, con ordinanza del 23 giugno 1789, interveniva sì a difesa della vecchia Costituzione ma, significativamente, così concludeva: «Sua Maestà dichiara che nelle future convocazioni degli Stati Generali non soffrirà più che i quaderni o i mandati possano essere giammai considerati come imperativi: i medesimi non debbono essere che semplici istruzioni, affidate alla coscienza e alla libera opinione dei deputati che saranno scelti».

Con l’andare del tempo la durata del mandato si estese. Le questioni politiche si complicarono, si moltiplicarono; e al momento dell’elezione gli elettori non potevano più prevederle. Ecco che il mandato imperativo s’incrina. E la Rivoluzione francese gli assesta il colpo di grazia. I deputati non sono più portatori di interessi particolari e settoriali, ma rappresentano l’intera Nazione, il bene comune, l’interesse generale. Questo è l’intimo significato del divieto di mandato imperativo che la Francia rivoluzionaria esporta oltre i suoi confini.

Non è un mistero che il Movimento guarda con sospetto alla democrazia rappresentativa. E magnifica in sua vece la democrazia diretta. La vera democrazia, a loro dire. Ma con il popolo non si sa mai come le cose andranno a finire. Stai a vedere che tra il ladrone Barabba e Gesù, assolve l’uno e crocifigge l’altro. Ma a tutto c’è rimedio. Se la democrazia diretta è un rischio, addomestichiamola. Convertiamola nella democrazia eterodiretta. Eterodiretta, si capisce, da Giggino e compagnia cantante. Nulla di più facile. Basta confezionare il quesito in maniera tale da influenzare i votanti e indurli a dire no all’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini. Ecco il quesito servito in un piatto d’argento: «Il ritardo dello sbarco della nave Diciotti, per redistribuire i migranti nei vari paesi europei, è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato?». Con un finalino degno di un rebus: «Sì, quindi si nega l’autorizzazione a procedere-No, quindi si concede l’autorizzazione a procedere». Su Salvini neppure una parola. Ciò nondimeno, ha detto sì all’autorizzazione a procedere il 41%. Non è poco. Mentre Beppe Grillo – quando non tace, sempre più lontano dalla sua creatura – vetrioleggia con l’ironia.

Salvando il leader leghista, Di Maio ha salvato se stesso. Per ora. Ma, come sosteneva Lorenzo il Magnifico, del doman non v’è certezza.

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