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La difesa dei consumatori Ue passa dai big industriali europei

di Giorgio Barba Navaretti


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(Art Allianz - Fotolia)

11' di lettura

La tutela dei consumatori in Europa deve tenere conto dell’evoluzione del quadro geopolitico nell’ultimo decennio. E certo non può escludere che passi anche dal rafforzamento dei campioni europei. È molto diverso parlare di difesa della concorrenza quando tutti i grandi attori giocano con regole condivise e trasparenti, possibilmente multilaterali, rispetto a una situazione di acceso confronto competitivo e strategico tra grandi blocchi geopolitici.

La tutela dei consumatori in Europa deve tenere conto della complessa evoluzione del quadro geopolitico nell'ultimo decennio. E' molto diverso parlare di difesa della concorrenza quando tutti i grandi attori giocano con regole condivise e trasparenti, possibilmente multilaterali, rispetto a una situazione di acceso confronto competitivo e strategico tra grandi blocchi geopolitici. La crisi del multilateralismo non mette oggi in discussione solo le regole del commercio internazionale, ma anche la definizione di concorrenza e i confini dei mercati.

La questione è di grande attualità nella transizione tra la vecchia e la nuova Commissione, soprattutto dopo il blocco della fusione tra i due giganti della produzione di treni Siemens e Alstom e dopo l'apertura di un'indagine sull'operazione tra Fincantieri e il francese Chantiers de l'Atlantique. Le misure della Direzione per la Concorrenza della Commissione Europea hanno creato molte inquietudini, soprattutto in Francia e Germania e aperto un dibattito sul ruolo dei “Campioni Europei”. Ossia i leader di mercato in grado di competere globalmente. Chi critica la decisione della Commissione sostiene che la tutela dei consumatori non dovrebbe andare a scapito di un disegno strategico di più ampia portata che ha l'obiettivo finale di rafforzare la crescita e la produttività europea. La Commissione, al contrario, sostiene che una fusione viene bloccata se le prospettive di miglioramento dell'efficienza non giustificano le minori tutele dei consumatori.

Qualunque sia la dimensione delle imprese che si fondono è chiaro che l'Autorità deve e così fa, tenere conto anche delle possibili sinergie tra le due imprese e dell'abbattimento dei costi e miglioramento di competitività che potrebbe derivare dalla fusione. In effetti dal 1990, da quando è in vigore il regolamento europeo sulle fusioni, meno di 30 operazioni non sono andate in porto su 4680 notificate. Ma la soluzione del difficile compromesso tra efficienza e tutela del consumatore dipende dal contesto complessivo in cui operano le imprese.

La Francia, la Germania e la Polonia hanno da poco pubblicato un documento per “modernizzare la politica della concorrenza della UE” dove sostengono che in un quadro competitivo complesso il concetto di efficienza dovrebbe anche tenere conto dell'importanza strategica della fusione in un'ottica globale. Allo stesso tempo il concetto di mercato dovrebbe essere ampliato: la difesa dei consumatori europei dipende anche dal quadro complessivo delle importazioni e indirettamente dalla capacità delle imprese di competere su mercati terzi.

Se i criteri di efficienza e di dimensione del mercato possono essere utilmente riconsiderati, non bisogna invece cadere nell'errore di attribuire alle politiche di tutela della concorrenza obiettivi che non le sono propri. Come favorire la nascita e la crescita di campioni europei è compito della politica industriale e della politica tecnologica, non delle regole sulle fusioni e acquisizioni.

Ciò che invece va fatto, e qui la Direzione per la Concorrenza ha un ruolo da giocare, è introdurre meccanismi di tutela delle nostre imprese dalla concorrenza sleale di aziende di paesi terzi: imprese controllate o sussidiate dallo Stato o fusioni che comunque derivano da una strategia geopolitica che ha poco a che vedere con operazioni di mercato. O anche imprese che beneficiano di un mercato interno protetto da crescenti barriere commerciali.

L'evoluzione da un contesto globale tutto sommato cooperativo ad uno profondamente conflittuale cambia purtroppo le regole del gioco ed obbliga anche l'Unione Europea a dotarsi di strumenti adeguati a difendere lo spazio competitivo delle proprie aziende.

Anche per questo motivo, l'azione dell'autorità della concorrenza deve rimanere in ambito europeo. Il documento franco/tedesco/polacco sostiene invece che in vari casi e soprattutto nella definizione dei criteri di efficienza, i poteri delle autorità nazionali dovrebbero essere rafforzati. Rinvigorire la sovranità nazionale su uno dei pochi ambiti di politica economica della Commissione, soprattutto in un'ottica di mercato unico, sarebbe un errore davvero grave e darebbe facilmente spazio a interessi nazionali probabilmente di scarso beneficio per la collettività europea.

In sintesi, non spetta alla signora Vestager lo sviluppo e la promozione dell'industria europea, ma certo la rapida evoluzione di mercati richiede anche un continuo aggiornamento delle regole sulla concorrenza.

La tutela dei consumatori in Europa deve tenere conto della complessa evoluzione del quadro geopolitico nell'ultimo decennio. E' molto diverso parlare di difesa della concorrenza quando tutti i grandi attori giocano con regole condivise e trasparenti, possibilmente multilaterali, rispetto a una situazione di acceso confronto competitivo e strategico tra grandi blocchi geopolitici. La crisi del multilateralismo non mette oggi in discussione solo le regole del commercio internazionale, ma anche la definizione di concorrenza e i confini dei mercati.

La questione è di grande attualità nella transizione tra la vecchia e la nuova Commissione, soprattutto dopo il blocco della fusione tra i due giganti della produzione di treni Siemens e Alstom e dopo l'apertura di un'indagine sull'operazione tra Fincantieri e il francese Chantiers de l'Atlantique. Le misure della Direzione per la Concorrenza della Commissione Europea hanno creato molte inquietudini, soprattutto in Francia e Germania e aperto un dibattito sul ruolo dei “Campioni Europei”. Ossia i leader di mercato in grado di competere globalmente. Chi critica la decisione della Commissione sostiene che la tutela dei consumatori non dovrebbe andare a scapito di un disegno strategico di più ampia portata che ha l'obiettivo finale di rafforzare la crescita e la produttività europea. La Commissione, al contrario, sostiene che una fusione viene bloccata se le prospettive di miglioramento dell'efficienza non giustificano le minori tutele dei consumatori.

Qualunque sia la dimensione delle imprese che si fondono è chiaro che l'Autorità deve e così fa, tenere conto anche delle possibili sinergie tra le due imprese e dell'abbattimento dei costi e miglioramento di competitività che potrebbe derivare dalla fusione. In effetti dal 1990, da quando è in vigore il regolamento europeo sulle fusioni, meno di 30 operazioni non sono andate in porto su 4680 notificate. Ma la soluzione del difficile compromesso tra efficienza e tutela del consumatore dipende dal contesto complessivo in cui operano le imprese.

La Francia, la Germania e la Polonia hanno da poco pubblicato un documento per “modernizzare la politica della concorrenza della UE” dove sostengono che in un quadro competitivo complesso il concetto di efficienza dovrebbe anche tenere conto dell'importanza strategica della fusione in un'ottica globale. Allo stesso tempo il concetto di mercato dovrebbe essere ampliato: la difesa dei consumatori europei dipende anche dal quadro complessivo delle importazioni e indirettamente dalla capacità delle imprese di competere su mercati terzi.

Se i criteri di efficienza e di dimensione del mercato possono essere utilmente riconsiderati, non bisogna invece cadere nell'errore di attribuire alle politiche di tutela della concorrenza obiettivi che non le sono propri. Come favorire la nascita e la crescita di campioni europei è compito della politica industriale e della politica tecnologica, non delle regole sulle fusioni e acquisizioni.

Ciò che invece va fatto, e qui la Direzione per la Concorrenza ha un ruolo da giocare, è introdurre meccanismi di tutela delle nostre imprese dalla concorrenza sleale di aziende di paesi terzi: imprese controllate o sussidiate dallo Stato o fusioni che comunque derivano da una strategia geopolitica che ha poco a che vedere con operazioni di mercato. O anche imprese che beneficiano di un mercato interno protetto da crescenti barriere commerciali.

L'evoluzione da un contesto globale tutto sommato cooperativo ad uno profondamente conflittuale cambia purtroppo le regole del gioco ed obbliga anche l'Unione Europea a dotarsi di strumenti adeguati a difendere lo spazio competitivo delle proprie aziende.

Anche per questo motivo, l'azione dell'autorità della concorrenza deve rimanere in ambito europeo. Il documento franco/tedesco/polacco sostiene invece che in vari casi e soprattutto nella definizione dei criteri di efficienza, i poteri delle autorità nazionali dovrebbero essere rafforzati. Rinvigorire la sovranità nazionale su uno dei pochi ambiti di politica economica della Commissione, soprattutto in un'ottica di mercato unico, sarebbe un errore davvero grave e darebbe facilmente spazio a interessi nazionali probabilmente di scarso beneficio per la collettività europea.

In sintesi, non spetta alla signora Vestager lo sviluppo e la promozione dell'industria europea, ma certo la rapida evoluzione di mercati richiede anche un continuo aggiornamento delle regole sulla concorrenza.

La tutela dei consumatori in Europa deve tenere conto della complessa evoluzione del quadro geopolitico nell'ultimo decennio. E' molto diverso parlare di difesa della concorrenza quando tutti i grandi attori giocano con regole condivise e trasparenti, possibilmente multilaterali, rispetto a una situazione di acceso confronto competitivo e strategico tra grandi blocchi geopolitici. La crisi del multilateralismo non mette oggi in discussione solo le regole del commercio internazionale, ma anche la definizione di concorrenza e i confini dei mercati.

La questione è di grande attualità nella transizione tra la vecchia e la nuova Commissione, soprattutto dopo il blocco della fusione tra i due giganti della produzione di treni Siemens e Alstom e dopo l'apertura di un'indagine sull'operazione tra Fincantieri e il francese Chantiers de l'Atlantique. Le misure della Direzione per la Concorrenza della Commissione Europea hanno creato molte inquietudini, soprattutto in Francia e Germania e aperto un dibattito sul ruolo dei “Campioni Europei”. Ossia i leader di mercato in grado di competere globalmente. Chi critica la decisione della Commissione sostiene che la tutela dei consumatori non dovrebbe andare a scapito di un disegno strategico di più ampia portata che ha l'obiettivo finale di rafforzare la crescita e la produttività europea. La Commissione, al contrario, sostiene che una fusione viene bloccata se le prospettive di miglioramento dell'efficienza non giustificano le minori tutele dei consumatori.

Qualunque sia la dimensione delle imprese che si fondono è chiaro che l'Autorità deve e così fa, tenere conto anche delle possibili sinergie tra le due imprese e dell'abbattimento dei costi e miglioramento di competitività che potrebbe derivare dalla fusione. In effetti dal 1990, da quando è in vigore il regolamento europeo sulle fusioni, meno di 30 operazioni non sono andate in porto su 4680 notificate. Ma la soluzione del difficile compromesso tra efficienza e tutela del consumatore dipende dal contesto complessivo in cui operano le imprese.

La Francia, la Germania e la Polonia hanno da poco pubblicato un documento per “modernizzare la politica della concorrenza della UE” dove sostengono che in un quadro competitivo complesso il concetto di efficienza dovrebbe anche tenere conto dell'importanza strategica della fusione in un'ottica globale. Allo stesso tempo il concetto di mercato dovrebbe essere ampliato: la difesa dei consumatori europei dipende anche dal quadro complessivo delle importazioni e indirettamente dalla capacità delle imprese di competere su mercati terzi.

Se i criteri di efficienza e di dimensione del mercato possono essere utilmente riconsiderati, non bisogna invece cadere nell'errore di attribuire alle politiche di tutela della concorrenza obiettivi che non le sono propri. Come favorire la nascita e la crescita di campioni europei è compito della politica industriale e della politica tecnologica, non delle regole sulle fusioni e acquisizioni.

Ciò che invece va fatto, e qui la Direzione per la Concorrenza ha un ruolo da giocare, è introdurre meccanismi di tutela delle nostre imprese dalla concorrenza sleale di aziende di paesi terzi: imprese controllate o sussidiate dallo Stato o fusioni che comunque derivano da una strategia geopolitica che ha poco a che vedere con operazioni di mercato. O anche imprese che beneficiano di un mercato interno protetto da crescenti barriere commerciali.

L'evoluzione da un contesto globale tutto sommato cooperativo ad uno profondamente conflittuale cambia purtroppo le regole del gioco ed obbliga anche l'Unione Europea a dotarsi di strumenti adeguati a difendere lo spazio competitivo delle proprie aziende.

Anche per questo motivo, l'azione dell'autorità della concorrenza deve rimanere in ambito europeo. Il documento franco/tedesco/polacco sostiene invece che in vari casi e soprattutto nella definizione dei criteri di efficienza, i poteri delle autorità nazionali dovrebbero essere rafforzati. Rinvigorire la sovranità nazionale su uno dei pochi ambiti di politica economica della Commissione, soprattutto in un'ottica di mercato unico, sarebbe un errore davvero grave e darebbe facilmente spazio a interessi nazionali probabilmente di scarso beneficio per la collettività europea.

In sintesi, non spetta alla signora Vestager lo sviluppo e la promozione dell'industria europea, ma certo la rapida evoluzione di mercati richiede anche un continuo aggiornamento delle regole sulla concorrenza.

La crisi del multilateralismo non mette oggi in discussione solo le regole del commercio internazionale, ma anche la definizione di concorrenza e i confini dei mercati. La questione è di grande attualità nella transizione tra la vecchia e la nuova Commissione, soprattutto dopo il blocco della fusione tra i due giganti della produzione di treni Siemens e Alstom e dopo l’apertura di un’indagine sull’operazione tra Fincantieri e il francese Chantiers de l’Atlantique. Le misure della Direzione per la Concorrenza della Commissione Europea hanno creato molte inquietudini, specialmente in Francia e Germania e aperto un dibattito sul ruolo dei “Campioni Europei”. Ossia i leader di mercato in grado di competere globalmente. Chi critica la decisione della Commissione sostiene che la tutela dei consumatori non dovrebbe andare a scapito di un disegno strategico di più ampia portata che ha l’obiettivo finale di rafforzare la crescita e la produttività europea. La Commissione, al contrario, sostiene che una fusione viene bloccata se le prospettive di miglioramento dell’efficienza non giustificano le minori tutele dei consumatori.

Qualunque sia la dimensione delle imprese che si fondono è chiaro che l’Autorità deve e così fa, tenere conto anche delle possibili sinergie tra le due imprese e dell’abbattimento dei costi e miglioramento di competitività che potrebbe derivare dalla fusione. In effetti dal 1990, da quando è in vigore il regolamento europeo sulle fusioni, meno di 30 operazioni non sono andate in porto su 4.680 notificate. Ma la soluzione del difficile compromesso tra efficienza e tutela del consumatore dipende dal contesto complessivo in cui operano le imprese.

La Francia, la Germania e la Polonia hanno da poco pubblicato un documento per «modernizzare la politica della concorrenza della Ue» dove sostengono che in un quadro competitivo complesso il concetto di efficienza dovrebbe anche tenere conto dell’importanza strategica della fusione in un’ottica globale. Allo stesso tempo il concetto di mercato dovrebbe essere ampliato: la difesa dei consumatori europei dipende anche dalle importazioni e indirettamente dalla capacità delle imprese di competere su mercati terzi.

Se i criteri di efficienza e di dimensione del mercato possono essere utilmente riconsiderati, non bisogna invece cadere nell’errore di attribuire alle politiche di tutela della concorrenza obiettivi che non le sono propri. Favorire la nascita e la crescita di campioni europei è compito della politica industriale e della politica tecnologica, non delle regole sulle fusioni e acquisizioni.

Ciò che invece va fatto, e qui la Direzione per la Concorrenza ha un ruolo da giocare, è introdurre meccanismi di tutela delle nostre imprese dalla concorrenza sleale di aziende di paesi terzi: imprese controllate o sussidiate dallo Stato o fusioni che comunque derivano da una strategia geopolitica che ha poco a che vedere con operazioni di mercato. O anche imprese che beneficiano di un mercato interno protetto da crescenti barriere commerciali.

L’evoluzione da un contesto globale tutto sommato cooperativo a uno profondamente conflittuale cambia purtroppo le regole del gioco e obbliga anche l’Unione Europea a dotarsi di strumenti adeguati a difendere lo spazio competitivo delle proprie aziende.

Anche per questo motivo, l’azione dell’autorità della concorrenza deve rimanere in ambito europeo. Il documento franco/tedesco/polacco sostiene invece che in vari casi e soprattutto nella definizione dei criteri di efficienza, i poteri delle autorità nazionali dovrebbero essere rafforzati. Rinvigorire la sovranità nazionale su uno dei pochi ambiti di politica economica della Commissione, soprattutto in un’ottica di mercato unico, sarebbe un errore davvero grave e darebbe facilmente spazio a interessi nazionali probabilmente di scarso beneficio per la collettività europea.

In sintesi, non spetta alla signora Vestager lo sviluppo e la promozione dell’industria europea, ma certo la rapida evoluzione di mercati richiede anche un continuo aggiornamento delle regole sulla concorrenza.

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