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«La difesa Ue dev’essere rafforzata ma senza sovrapporsi alla Nato»

Il presidente del Comitato militare parla degli errori commessi in Afghanistan e della prospettiva di una forza di intervento europea

di Gerardo Pelosi

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

L’11 settembre di venti anni fa era a Washington, addetto militare della nostra ambasciata. Ha vissuto in diretta tutte le fasi dell’attacco di Al Qaeda alle Torri gemelle e al Pentagono. Dal 2018 il generale Claudio Graziano è presidente del Comitato militare dell’Unione europea dopo una lunga carriera che lo ha visto anche Capo di Stato maggiore della Difesa. Fino a ieri Graziano era a Lubjana per la riunione informale dei ministri della Difesa europe. È da anni che Graziano si batte perché l’Europa possa diventare presto un “global security provider”. Lotta al terrorismo fondamentalista e crisi afghana hanno solo accelerato il processo.

Generale, l’Europa si è trovata dunque ancora una volta impreparata militarmente a gestire la crisi afghana?

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In Afghanistan abbiamo fallito nel raggiungere le condizioni politiche e questo fallimento ci deve far riflettere. L’Italia, insieme alla Francia, sta giocando un ruolo attivo per definire la struttura della nuova Europa della sicurezza e della difesa. Il ministro Guerini, tra i primi, ha avviato una riflessione critica sugli errori politici commessi. Ma dal punto di vista militare non credo si possa parlare di fallimento tout court. Le operazioni militari hanno infatti permesso che l’Afghanistan non fosse più il paradiso dei terroristi. Bin Laden è stato ucciso e la situazione di sicurezza (fino a qualche giorno fa) era sotto il controllo delle autorità.

Si discute di “entry forces” europea di 5mila uomini con capacità di rapido dispiegamento. A che punto è il progetto?

La discussione di questi ultimi giorni con la presidenza slovena tra i 27 ministri europei e il dibattito che attraversa tutte le capitali europee confermano che è un tema prioritario. Attualmente, l’Ue è impegnata militarmente in Africa, Asia ed Europa con sei missioni, tre esecutive (che agiscono sulla base del capitolo VII della carta Onu sul Peace-enforcement) e tre non esecutive con oltre 5.000 unità. C’è Althea in Bosnia Erzegovina. Irini che ha sostituito Sophia nel Mediterraneo centrale, Atlanta nel golfo di Aden nell’Oceano indiano. A queste si aggiungono le tre missioni non esecutive di addestramento in Mali, Repubblica Centrafricana ed in Somalia. Sono missioni nate con l’obiettivo di fornire addestramento alle forze armate locali nell’ambito del capacity building, Ma basterebbe intanto aumentare nelle missioni addestrative la componente di assistenza alle autorità politiche locali nel settore difesa.

La crisi afghana sta accelerando le decisioni europee sulla forza di intervento?

Si sta lavorando al documento conclusivo dello Strategic Compass che contiene le direttive politiche sulla conduzione delle operazioni in un arco temporale di dieci anni. Sarà pronto a fine autunno per essere poi auspicabilmente approvato nella primavera del 2022 sotto presidenza di turno francese dell’Ue. Speriamo che ci sia più chiarezza sul come tradurre concretamente le ambizioni che l’Europa si vuole dare in questo settore. Si tratta comunque di tempi molto brevi per decisioni di questa natura.

Il lavoro fatto finora lascia bene sperare. Stiamo investendo tanto nella cooperazione fra stati membri e si sta facendo tanto per perseguire una sovranità tecnologica europea necessaria per fronteggiare le sfide che ci attendono. Le minacce riguardano il cosiddetto “triangolo delle instabilità”: terrorismo, instabilità dei Governi falliti, immigrazione, che sta diventando un’arma ibrida che viene usata da alcuni Paesi come pressione sulle frontiere europee.

I due attuali “battle group” europei, uno a guida italiana, sono un embrione di un futuro esercito europeo?

È dal 2007 che l’Ue dispone di 2 battle group che possono essere impiegati, su decisione del Consiglio, nelle aree di crisi. È un pacchetto minimo di forza di proiezione credibile, coerente e rapidamente impiegabile in grado di operare in modo stabile o per la fase iniziale di operazioni più grandi. Quella dei battle group può essere vista come un’idea embrionale di “esercito europeo”. È un’iniziativa necessaria ma sicuramente ampliabile ma per essere attivata ha bisogno di una forte volontà politica.

Con gli Stati Uniti più inclini a governare le minacce da Estremo Oriente e Cina non c’è il rischio che l’Europa si trovi da sola a gestire le crisi più vicine a noi?

Il ruolo dell’Europa non può e non deve essere visto in contrapposizione agli Usa e alla dimensione transatlantica, né tantomeno in opposizione alla Nato. Anzi, il rafforzamento del “Single set of Forces” non solo aumenterà la capacità dell’Ue di agire autonomamente quando necessario, ma rafforzerà anche il contributo dell’Europa alla Nato. Forse una Nato diversa da come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, continuerà ad essere il pilastro della difesa collettiva dell’Europa. Ma occorre un’Europa più assertiva con il suo approccio integrato, economico ,diplomatico e militare. Dopo la Siria, la Libia, il Libano, non possiamo certo avere anche un nuovo Afghanistan in Sahel che è il Sud dell’Europa.

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