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La difficile eredità di Marchionne e il futuro elettrico dei marchi

di Corrado Canali


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3' di lettura

Da manager che non lasciava nulla al caso Sergio Marchionne aveva previsto un passaggio delle consegne alla guida di Fca il più graduale possibile. La malattia che l’ha colpito ha, però, accelerato i tempi della successione, lasciando nelle mani del nuovo ceo Mike Manley una eredità che si sta rilevando molto più complicata da gestire. Nei punti chiave del programma che era stato presentato a giugno Marchionne identificava Jeep come il marchio al centro del progetto futuro di Fca.

Non a caso l’annunciato avvio dell’elettrificazione del Gruppo è partita da un modello Jeep, la Renegade, la versione plug-in Hybrid Electric, il cui lancio sul mercato è previsto nella prima parte del 2020. La Jeep ibrida sarà prodotta a Melfi insieme alla Renegade e alla 500X con motore a combustione interna, il 3 cilindri turbo a benzina di derivazione brasialiana. I primi veicoli di preserie della nuova Jeep Renegade Phev sono previsti per il 2019. L’investimento dedicato al lancio della nuova Jeep è pari a oltre 200 milioni di euro e comprende un forte impegno da parte di Fca per formare tutti i dipendenti sull’applicazione della tecnologia con gli impianti dello stabilimento coinvolti nella produzione saranno di conseguenza ammodernati.

La Renegade Phev, come è noto, segue il lancio della Chrysler Pacifica Minivan Phev e della tecnologia e-Torque mild-hybrid destinata al pick-up Ram 1500. Entro il 2022, il gruppo Fca offrirà un totale di 12 sistemi di propulsione elettrica nelle architetture globali, con 30 diversi modelli che monteranno uno o più di tali sistemi.

Ma l’impegno di Manley per Jeep sarà di rafforzare i successi di oggi oltre a consolidarne l’immagine in Cina. Stesso discorso per Ram, altro brand globale già gestito da Manley. Ma il primo manager non italiano di Fca saprà gestire al meglio l’utilizzo degli stabilimenti italiani che hanno suscitato più di un allarme da parte dei sindacati? La scelta di Pietro Gorlier, 55 anni torinese entrato in Fiat nel 1989 come analista di mercato in quota Iveco, alla guida dei mercati della Regione Emea è una prima risposta. «Pietro ha dato sin qui dimostrazione di comprovata esperienza in ambito commerciale e industriale con Fca – così Manley ha spiegato la nomina di Gorlier - è un manager esperto a livello globale ed essendo anche figlio di un dipendente Fiat ha un profondo rispetto oltee che un’ approfondita conoscenza delle nostre attività in Europa».

Sulle spalle di Gorlier peserà il compito di rappresentare gli interessi delle attività del vecchio continente in un Gruppo in cui manca tra i manager di vertice una persona in grado di unificare le due anime di qui e di là dell’Atlantico. Gorlier ha, però, gli strumenti per farlo perché ha una lunga esperienza professionale in America dove ha guidato uno dei brand più iconici per gli utenti Usa, Mopar, il brand delle personalizzazioni. Amalgamare per fare pesare le ragioni dell’Italia e dell’Europa nel gruppo guidato da Mike Manley non sarà però facile. Soprattutto se continueranno a soffiare impetuosi i venti della guerra commerciale alimentata dall’amministrazione americana. Uno dei primi compiti di Gorlier sarà anche quello di fare partire al più presto gli investimenti in Italia previsti dal piano presentato da Marchionne a Balocco.

Una decisione urgente perché, come ricordano i sindacati, in alcuni stabilimenti è ormai agli sgoccioli la cassa integrazione. Tornando al ceo Manley non sarà facile per lui calarsi rapidamente nella complessa realtà produttiva e industriale del Gruppo Fca dove molti modelli Fiat spariranno per concentrare forze e produttività sul brand 500. Ma dove anche Alfa Romeo e Maserati dovrebbero compensare i grandi vuoti lasciati da vetture storiche con la produzione di nuovi modelli per il rafforzamento del polo del lusso Mirafiori-Grugliasco. Se l’obiettivo è di produrre 400mila Alfa Romeo all’anno e 100 mila Maserati entro il 2022, le opportunità non mancheranno, visto che i 45 miliardi di investimento di qui al 2022 dei quali 13,5 destinati ai nuovi modelli lasciano a Marley ampi margini di manovra. Ma altre sfide cruciali attendono il nuovo numero uno di Fca, come l’elettrificazione per la quale sono stati stanziati 9 miliardi di euro e della guida autonoma.

Proprio per questo una Fca sempre più americana avrebbe accesso più facile al mercato Usa. Anche in virtù di alleanze industriali, come quella con Waymo, per la produzione di veicoli di serie a guida autonoma.

Ultimo nodo da sciogliere per Manley è quello di una fusione con altri grandi Gruppi del settore automotive. Marchionne aveva fatto ripetuti sondaggi e ha resistito alla tentazione, trovando sempre nuove risorse per capitalizzare lo sviluppo. Ma se il piano industriale si mostrasse debole, nulla vieterà che Manley riprenda il filo di qualche trattativa già avviata per costruire una Fca sempre più globale e sempre meno italiana.

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