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La difficile transizione verso una nuova normalità

Tornare indietro non si può. E nello stesso tempo non è automatica la costruzione di quella che Innocenzo Cipolletta ha chiamato la «nuova normalità»

di Mimmo Carrieri*

(blvdone - stock.adobe.com)

2' di lettura

La “grande rottura”: così potremmo sintetizzare ciò che è accaduto, con la pandemia, ad aziende e lavoratori. È stato un periodo nel quale in tanti hanno lavorato non solo in modo diverso dal passato, ma più di prima. Giustamente è stato messo l’accento sul fenomeno più macroscopico, che è consistito nel lavoro a distanza. Ma si sono sottovalutati due aspetti. I tanti che hanno continuato ad operare da vicino e sul posto di lavoro: secondo i dati di una survey, del Dipartimento Disse con il supporto di Swg, il 25% del totale dei lavoratori ha continuato a lavorare in presenza, e un altro 30% dichiarava di aver lavorato in parte a distanza e in parte in presenza.

Ed anche il fatto che coloro che lavoravano a distanza dovevano fare le cose in modo diverso: le lezioni richiedevano un impegno aggiuntivo, bisognava imparare a fare le riunioni solo in collegamento, il risultato del lavoro e il modo per ottenerlo diventavano i parametri principali dello sforzo produttivo. Poco meno del 30% degli intervistati della survey dichiarava di aver lavorato «oltre l’orario di lavoro», e quasi il 35% sosteneva a sua volta di aver svolto compiti aggiuntivi (cioè di aver avuto un maggiore carico lavorativo). Un gigantesco, non scontato apprendimento collettivo, che ha cambiato in profondità le stesse competenze e preferenze dei lavoratori, incidendo allo stesso tempo sulle logiche e sulle convenienze dei datori di lavoro. Questo grande sommovimento, già in corso, ma innescato dalla pandemia, è avvenuto per stato di necessità. Gran parte dei lavoratori si è mossa nel territorio dello smart working senza avere contratti di riferimento, che riguardavano – a livello nazionale o aziendale – meno di un quarto del loro totale.

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E adesso? Tornare indietro non si può. E nello stesso tempo non è automatica la costruzione di quella che Innocenzo Cipolletta ha chiamato la «nuova normalità». I lavoratori, sia dipendenti che autonomi, venivano da un lungo ciclo di difficoltà, che ne aveva aumentato le insicurezze. E visibilmente gli effetti della pandemia, ma anche gli eventi successivi (guerra e inflazione) non hanno aiutato a ridurre le ansie e incertezze che attraversano il corpo sociale italiano in misura maggiore rispetto ad altri Paesi.

Il mercato del lavoro ha ripreso slancio. Ma lasciando un quadro ambivalente difficile da spiegare. Da un lato si vede un sottoutilizzo delle potenzialità esistenti (ore lavorate insufficienti, molto part-time involontario eccetera). Da un altro lato si assiste al rifiuto da parte dei lavoratori di alcune occupazioni, alla crescita delle dimissioni, alla ricerca di nuovi lavori più gratificanti. Insomma in molti non vogliono tornare al mondo di prima e faticano ad accettare quello che viene loro proposto, il sommovimento è in corso, non lo si può fermare, ma non ha trovato ancora una sistemazione soddisfacente sul piano istituzionale e sociale.

Le imprese e i lavoratori hanno dato – e continuano a dare – una grande prova di adattamento e di innovazione. Ma a questo punto serve qualcosa in più: una regolazione più strutturata e partecipata, che solo le due parti sociali possono aiutare a costruire, in raccordo con interventi istituzionali limitati e ben dosati, nel vivo del mondo produttivo.

* Luiss Guido Carli, Roma

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