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La dimensione sociale dell’errore: perché è difficile andare controcorrente

Andare contro l’opinione del gruppo produce emozioni negative che spesso vogliamo evitare anche a costo di un profondo auto-inganno

di Vittorio Pelligra

(freshidea - stock.adobe.com)

6' di lettura

Le nostre credenze nascono e si consolidano sempre all'interno di una comunità di persone. Per adesione o per contrasto, la famiglia, gli amici, i compagni di scuola o i colleghi, sono solo alcune delle comunità dove le nostre idee e le nostre convinzioni sono nate e sono diventate importanti per noi.
Poi ci sono i partiti politici, i gruppi religiosi, le associazioni e molte altre arene che abbiamo preso a frequentare perché vi abbiamo trovato persone come noi, in sintonia con la nostra visione della vita le cui idee e credenze facevano armonicamente eco alle nostre.

Queste comunità che, da una parte ci aiutano a plasmare le nostre convinzioni e dall'altra le rafforzano grazie alla condivisione, sono i luoghi che ci proteggono, che ci fanno star bene, che alimentano la nostra autostima e riducono la nostra ansia donandoci la piacevole e rassicurante sensazione di essere nel giusto.

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Dove si nasconde lo sbaglio?

Noi e i nostri siamo nel giusto. Ma se noi siamo nel giusto, le nostre idee sono corrette, la nostra vita va nella direzione auspicabile, dove sono quelli in errore? Dove si nasconde lo sbaglio? È là fuori, in altri gruppi, in altre comunità, non certamente nella nostra.

Così, probabilmente, la doveva pensare la maggior parte degli italiani a proposito di quella minoranza di combattenti - 150.000 non di più - durante gli anni della resistenza. Allo stesso modo dovevano pensarla “I volenterosi carnefici di Hitler” per ricordare il titolo del best seller di Daniel Goldhagen.

Chissà da che parte pensavano di stare i 1.251 professori universitari che, nel 1931, giurarono fedeltà al Partito Fascista, e quei pochissimi che invece si rifiutarono di farlo? O gli schiavisti, prima e dopo il XIII emendamento, o chi produce bombe e dice che tutto dipende da come si usano o, ancora, quelli che “gioca responsabilmente”, perché tanto l'azzardo è legale e gli fa pubblicità anche il terzo settore, che sono quelli buoni.

L’effetto della pressione dei pari

Solomon Ash, psicologo sociale di origine polacca, ha dedicato gran parte della sua vita professionale allo studio della conformità e dell'effetto della pressione dei pari. Nel suo più celebre esperimento, i cui risultati vennero pubblicati originariamente nel 1951 (“Effects of group pressure on the modification and distortion of judgments”, in H. Guetzkow (Ed.), “Groups, leadership and men”. Pittsburgh, PA: Carnegie Press), i partecipanti venivano inseriti singolarmente in gruppi formati da altre sette persone, attori d'accordo con lo sperimentatore.

Durante le prove venivano mostrate elle coppie di cartelli: in uno, era rappresentata una linea di una certa lunghezza e nell'altro tre segmenti di lunghezza differente etichettati con le lettere A, B e C. Compito dei partecipanti era quello di individuare quale delle tre linee del secondo cartello avesse la stessa lunghezza di quella rappresentata del primo cartello.

I soggetti rispondevano in sequenza: prima, ciascuno dei sette attori e poi, per ultimo, il “vero” soggetto sperimentale. Dopo alcune prove andate regolarmente – il compito era piuttosto semplice e la possibilità di errore davvero bassa – gli attori iniziavano a dare concordemente una risposta sbagliata. Laddove la linea corretta era quella B, per esempio, tutti dicevano che, invece, la linea corretta era la A (o la C).

La finalità dello studio era quella di verificare quanto l'atteggiamento dei pari, l'opinione del gruppo, il comportamento delle persone che ci stanno intorno, influenza il nostro modo di pensare e di agire.

I risultati di Ash furono piuttosto sorprendenti. Il 75% dei partecipanti si mostrò disposto a dare una risposta sbagliata, simile a quella data da tutti gli altri membri del gruppo, pur di conformarsi alle credenze e alle scelte della maggioranza.

“Che giovani intelligenti e ben intenzionati siano disposti a chiamare bianco ciò che è nero non può che essere motivo di preoccupazione” concluse lo stesso Ash.

Conformisti e non

Una volta finite le prove e svelata la vera natura dello studio, tutti i partecipanti vennero intervistati circa le ragioni del loro comportamento. Tra coloro che non avevano modificato le loro scelte per conformarsi a quelle della maggioranza molti si dissero felici e sollevati dal sapere che gli altri erano in errore, ma affermarono anche di aver avuto ripetutamente la tentazione di lasciar perdere le proprie valutazioni e di sposare quelle della maggioranza.

Tra coloro che, invece, avevano mostrato maggiore conformismo, molti dicevano di aver volontariamente trascutato la possibilità di avere ragione contro l'opinione della maggioranza. Un fenomeno che Ash indicò come “distorsione del giudizio”.

Questo livello di conformismo è così profondo che non solo ci fa comportare come gli altri e ci fa pensare come gli altri, ma ci induce, perfino, a non considerare neanche la possibilità o il dubbio di essere in errore. È il sintomo del fatto che, in molti casi, la pressione del gruppo ci porta ad alterare inconsciamente la nostra stessa percezione del mondo.

In questo modo il conformismo non altera solo il comportamento di chi, pur sapendo, per esempio, che la linea corretta è la C e non la A, sceglie di indicare la A come tutti gli altri, ma modifica addirittura il modo in cui i soggetti vedono e percepiscono la lunghezza delle linee.

Se il gruppo suggerisce che la risposta corretta e la A, allora noi tenderemo a percepire la lunghezza della linea A come quella più simile alla linea da valutare; alla risposta corretta.

Tecniche di neuroimmagine

Molti anni dopo, l'originario esperimento di Solomon Ash è stato ripetuto utilizzando moderne tecniche di neuroimmagine. Il focus dello studio era, questa volta, quello di capire attraverso quale meccanismo cerebrale il conformismo altera il comportamento.

Usando una risonanza magnetica funzionale (fMRI) gli sperimentatori hanno osservato l'attivazione delle diverse aree cerebrali durante l'esecuzione di un compito simile a quello utilizzato da Ash, sia nel caso di soggetti a cui era stato comunicato il comportamento tenuto dagli altri partecipanti, attori, anche questa volta, sia in assenza di informazioni circa il comportamento del gruppo.

Uno dei risultati più e sorprendenti è che quando viene esercitata la pressione sociale, il soggetto sperimentale, non solo cambia le sue risposte, ma si modificano i modelli di attivazione neuronale nella stessa area cerebrale che è implicata nell'esecuzione del compito.

Ciò vuol dire che il cervello dei partecipanti, nel caso di conformismo, codificava gli oggetti fisici diversamente dal cervello di coloro che non erano stati esposti alla pressione dei pari. Un altro risultato di particolare rilievo è che nei partecipanti che rispondevano diversamente dal resto del gruppo si poteva riscontrare un'attivazione particolarmente forte dell'amigdala, una parte del cervello che si sa essere associata alle emozioni negative. (Berns, G., et al. 2005. “Neurobiological Correlates of Social Conformity and Independence During Mental Rotation”. Biological Psychiatry 58, pp. 245-253).

Sembra, dunque, che il nostro cervello si sia evoluto per prendere in serissima considerazione ciò che gli altri pensano e renderci particolarmente sensibili a ciò che gli altri fanno. Questo perché l'atteggiamento di adesione alle credenze e ai comportamenti della maggioranza delle persone con cui interagiamo rappresenta il collante stesso delle nostre comunità.

È pure vero, però, che lo stesso atteggiamento può essere alla base di grandi errori, come l'esempio della resistenza, dei carnefici di Hitler e dei professori universitari fedeli al Fascismo, stanno a dimostrare.

Diversità e anticonformismo

Emerge qui, in tutta la sua paradossale natura, una polarità davvero difficile da districare. Abbiamo parlato nel “Mind the Economy” della settimana scorsa del fatto che la diversità e l'anticonformismo possono essere dei beni pubblici che vanno a vantaggio di tutti.

Allo stesso tempo, però, gli stessi atteggiamenti di ribellione alle posizioni della maggioranza, possono avere degli effetti devastanti per la coesione e l'esistenza di quelle stesse comunità che abitiamo e che benignamente ci accolgono. Ulteriori risultati dell'esperimento di Ash mostrano, infatti, che il livello di conformismo si abbassa drasticamente quando anche uno solo degli attori dà una risposta diversa da quella di tutti gli altri.

Basta che il soggetto sperimentale veda che anche solo un altro partecipante è dissenziente dalla maggioranza per indurlo a mantenere le sue idee e a non conformarsi a quelle del gruppo. Da un certo punto di vista questo risultato veicola un messaggio decisamente positivo perché vuol dire che anche piccole minoranze possono sconfiggere il conformismo imperante sovvertendo posizioni maggioritarie ma magari sbagliate e perfino pericolose.

Ma, allo stesso tempo, ciò significa che possono bastare anche pochi cani sciolti a distruggere comunità una volta coese e solide. Perché come sostiene Kathryn Schulz, da questo punto di vista “Il dubbio e il dissenso rappresentano una sorta di contagio, capace di diffondere e distruggere la salute del corpo comunitario. Per questo molte comunità agiscono rapidamente per curare, mettere in quarantena o espellere (o, in casi estremi, eliminare) qualsiasi anticonformista”.

Andare contro l'opinione del gruppo produce emozioni negative che spesso vogliamo evitare anche a costo di un profondo auto-inganno. È difficile pensarla diversamente. Vorrebbe dire, in molti casi, mettere in discussione l'adesione alle nostre comunità di riferimento e, di conseguenza, alle nostre convinzioni più profonde.
Vorrebbe dire rinunciare a quella rassicurante sensazione che deriviamo dalla convinzione di avere ragione. Vorrebbe dire ammettere la possibilità di essere nel torto. E questo è faticoso ed emotivamente devastante.

Eppure è solo in questo modo che possiamo, davvero, cercare di avvicinarci ad un giudizio accurato e a scelte migliori. Solo prendendo in serissima considerazione, già ora, la possibilità di aver sbagliato tutto.

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