Oltre la pandemia / 1

La diplomazia delle città, una via italiana che rinforza il multilateralismo

di Lorenzo Kihlgren Grandi

(STEFANO CAROFEI)

4' di lettura

Ucraina, Sahel, Yemen, Afghanistan: le principali crisi diplomatiche di questi ultimi mesi ricalcano le insormontabili spinte unilaterali che da sempre permeano le relazioni internazionali. Stato contro Stato, coalizione contro coalizione: si vince o si perde. Ha ancora senso lasciare appelli al multilateralismo a fronte dei suoi magri risultati persino nelle crisi globali per eccellenza, ovvero il cambiamento climatico e la pandemia?

Il governo Draghi ne è convinto. Il discorso del presidente del consiglio allo scorso G20 di Roma lascia trasparire la volontà di mettere al servizio di questa causa l’accresciuto prestigio di cui gode l’Italia in Europa e nel mondo. Un intento lodevole, basato sulla fondata osservazione che le principali sfide dell’umanità richiedono un convinto quanto urgente coordinamento mondiale. Decenni di simili appelli da parte delle Nazioni Unite rivelano tuttavia la reticenza di buona parte della comunità internazionale ad impegnarsi in tale obiettivo. Ne consegue che l’attuazione dell'auspicio di Draghi domanderebbe la creazione di un’inedita massa critica di attori internazionali.

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In questa sfida epocale, l’Italia potrebbe però avere un vero e proprio asso nella manica. Il nostro Paese è infatti universalmente riconosciuto come culla e motore della pratica che oggi meglio incarna i valori e i vantaggi della cooperazione internazionale: la diplomazia delle città.

Nel corso degli ultimi decenni i sindaci di tutto il mondo hanno affinato la propria capacità di collaborare su scala mondiale per perseguire priorità condivise. La millenaria dimestichezza con la quale le città italiane hanno saputo dare impulso al progresso politico, socioeconomico e culturale trova la propria più recente dimostrazione nel ruolo centrale svolto dai nostri Comuni in tale dinamica. Lo dimostrò già nel 1955 l’allora sindaco di Firenze Giorgio La Pira, accogliendo a Palazzo Vecchio colleghi da tutto il Mondo, Cina continentale e Unione Sovietica incluse, per esprimere la propria opposizione alle logiche antagoniste della Guerra Fredda. Un’eredità che Firenze onora con periodici incontri internazionali dedicati a pace e dialogo, l’ultimo dei quali si inaugura proprio oggi a Palazzo Vecchio e si concluderà domenica in presenza di Papa Francesco.

A Milano, che negli anni 80 ha innovato la pratica della cooperazione allo sviluppo coinvolgendo le proprie comunità migranti, si deve la creazione del movimento globale per l’alimentazione urbana sostenibile, lanciato durante l'Expo del 2015. Più recentemente, il sindaco Sala ha contribuito a lanciare la principale coalizione urbana per i diritti dei migranti (il Mayors Migration Council) e ha coordinato la task force internazionale di sindaci per un rilancio post-pandemia “verde e giusto”.

Se infine la diplomazia delle città non è più esclusivo appannaggio dei grandi centri urbani, il merito va a Greve in Chianti, Bra, Orvieto e Positano. Cittaslow, rete creata dai sindaci dei quattro comuni italiani nel 1999, permette oggi a 281 piccole città in 32 Paesi di collaborare alla tutela e promozione delle proprie tradizioni.

Il forte impulso italiano non deve tuttavia mascherare la natura globale della diplomazia delle città. Esistono centinaia di progetti e reti internazionali di città dedite a coordinare e accelerare tale azione. I numeri ne denotano l’ampiezza: undicimila città hanno aderito al “Patto Globale dei Sindaci per il Clima e l’Energia”, impegnandosi a ridurre le emissioni di 24 miliardi di tonnellate entro il 2030; le ottomila città della rete “Sindaci per la Pace” denunciano l’impatto di conflitti sempre più urbani, mentre sono 240.000 i membri di Città e Governi Locali Uniti, la voce del movimento municipale per i diritti e l'uguaglianza.

La capacità della diplomazia delle città di offrire risposte concrete alle sfide dell’umanità è emersa con rinnovata chiarezza nel corso degli ultimi mesi. Oltre ai doni di mascherine tra città gemellate, dei quali hanno beneficiato centinaia di Comuni italiani, lo spirito collaborativo delle città ha permesso di alimentare oltre 60 piattaforme virtuali che mappano le risposte urbane più efficaci nel combattere le dimensioni sanitarie, sociali ed economiche della crisi. Seppur sia poco noto, è proprio questa l’origine delle più recenti innovazioni urbane: l’utilizzo dello spazio pubblico per i tavoli di ristoranti e bar si deve a un’intuizione del sindaco di Vilnius, la moltiplicazione delle piste ciclabili si ispira alla “ciclovía” di Bogotá, mentre la riorganizzazione dei servizi pubblici su scala di quartiere riprende l’idea della “città del quarto d'ora” adottata da Parigi. Diverse le innovazioni ideate dalle città italiane, la più celebre delle quali è il coordinamento pubblico-privato dei servizi sociali sviluppato dai Comuni di Milano e Bergamo nei primi giorni della pandemia.

Dopo secoli trascorsi ai margini delle relazioni internazionali, le città rappresentano oggi l’esempio più evidente dei vantaggi del multilateralismo.

Ne sono ben coscienti le organizzazioni internazionali, sempre più impegnate a favorire il dialogo fra governi ed enti locali. Lo illustra la creazione del “Forum dei Sindaci” da parte della Commissione Economica per l’Europa dell’Onu e le riunioni dei “Sindaci campioni della crescita inclusiva” sotto gli auspici dell’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica.

Affinché tuttavia lo spirito multilateralista delle città possa realmente influire sulle relazioni internazionali, sarà necessario transitare dalla semplice consultazione delle città alla loro inclusione nei processi decisionali, secondo logiche di co-costruzione e co-responsabilità delle future strategie globali. Un invito che solo gli Stati hanno l’autorità necessaria a indirizzare.

La diplomazia delle città si ritrova così nella febbrile attesa di un governo intenzionato a dare impulso a tale ambiziosa evoluzione dell'ordine internazionale. Un’opportunità senza pari per i Paesi che, come il nostro, hanno a cuore il futuro del cooperazione. A ben guardare, quale candidato sarebbe più adatto a questa impresa dell’Italia?

La rinnovata vitalità della millenaria tradizione comunale italiana fornirebbe le migliori referenze per la guida di tale processo. Un’operazione diplomaticamente complessa ma che potrebbe contare sul convinto e influente sostegno di organizzazioni internazionali e sindaci di ogni Paese. Questa ambiziosa “via italiana al multilateralismo” rappresenta quindi un’opportunità unica per mettere le relazioni internazionali al servizio del benessere di tutti i cittadini del mondo.

@KihlgrenGrandi

Lorenzo Kihlgren Grandi è consulente delle Nazioni Unite e dirige il City Diplomacy Lab presso il Columbia Global Center di Parigi. È l’autore di «Diplomazia delle città» (Egea Editore)

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