Minacce sistemiche

La disciplina di bilancio è l’unico vaccino in grado di scongiurare la pandemia del debito

di Wolfgang Schäuble

(Reuters)

7' di lettura

Il 12 ottobre 2020 passerà alla storia della finanza tedesca. Per la prima volta, il nuovo debito pubblico è aumentato a un tasso di oltre 10mila euro al secondo, più rapidamente che durante la crisi finanziaria globale del 2007-2009, quando è stato necessario un enorme volume di indebitamento netto. Questa rapida accelerazione del debito, in Germania e nei Paesi di tutto il mondo, è il prezzo da pagare per evitare le conseguenze economiche del Covid-19.

Nel Bundestag tedesco, le ricadute fiscali della pandemia sono diventate una preoccupazione centrale, con l’enorme pacchetto di salvataggio/stimolo da 1.300 miliardi di euro della Germania che alimenta un dibattito già di lunga data sulla sostenibilità del debito del paese. La domanda chiave è se, e per quanto tempo, governo e società possono continuare a farsi carico del crescente fardello.

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Valutazioni approfondite offrono motivo di sperare che la Germania sia ben preparata. Abbiamo seguito la strada della sostenibilità, aderendo alle regole del Patto di stabilità e crescita del Trattato di Maastricht e riducendo il nostro debito a meno del 60% del Pil prima della pandemia Covid-19. Queste misure di risanamento effettuate nel corso degli ultimi 12 anni hanno dato alla Germania un margine finanziario che ora può essere utilizzato nella crisi. L’economista dell’Università di Harvard Kenneth Rogoff, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, sostiene da tempo che il solido bilancio della Germania le dà la capacità di reagire con forza a una crisi profonda.

In altri Paesi questo non è vero, almeno non nella stessa misura. In quelli in cui sono stati compiuti progressi insufficienti nell’abbassare il rapporto debito pubblico/Pil, i debiti aggiuntivi legati alla pandemia hanno imposto un onere particolarmente pesante. In sempre più Paesi, il debito ha oggi superato il Pil annuo, il che ha notevolmente ridotto la possibilità che i bilanci statali “crescano in misura maggiore” dei loro debiti.

I rischi degli eccessi

Non si può contestare che uno shock esogeno come la pandemia giustifichi un aumento della spesa pubblica, nonché una solidarietà finanziaria interfrontaliera rafforzata – la ragion d’essere del Recovery Fund europeo da 750 miliardi di euro, chiamato Next Generation Eu, istituito nel 2020. La spesa in deficit è all’ordine del giorno, e niente di tutto ciò può avvenire senza debito aggiuntivo. Tuttavia, i se e i ma persistono, come è giusto che sia. Dopotutto, anche in una crisi grave come il Covid-19, il denaro non è una panacea, e il prestito ha senso solo se viene effettuato con prudenza e ragionevolezza. Altrimenti, a lungo termine, gli Stati perderanno la loro flessibilità finanziaria.

Ma la questione va oltre la preservazione dello spazio fiscale. I Paesi con un debito vertiginoso corrono il rischio di enormi lacerazioni del loro tessuto sociale. La maggior parte dei creditori sono individui ed entità facoltosi la cui ricchezza viene accresciuta dal prestito pubblico. I ricchi diventano più ricchi e i poveri perdono l’opportunità di condividere la prosperità. Allargare in questo modo il divario tra chi ha e chi non ha rappresenta un’enorme minaccia per la coesione sociale e rischia di creare una polveriera politica.

In questo contesto, il ruolo delle banche centrali non dovrebbe essere immune da critiche. I crescenti acquisti di titoli sovrani sul mercato secondario da parte delle banche centrali stanno aumentando l’offerta di moneta e innalzando il rischio di inflazione.

I sostenitori tradizionali dell’austerità di bilancio non sono gli unici a riconoscere i pericoli. Anche Larry Summers e Olivier Blanchard, in passato strenui sostenitori degli incentivi alla spesa finanziata dal credito, mettono in guardia contro le potenziali conseguenze dell’aumento del debito pubblico. Dipende tutto dal “dosaggio”. Anche agli occhi di Summers, ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti sotto il presidente Bill Clinton, e di Blanchard, ex capo economista dell’Fmi, oggi la dose è stata aumentata al punto tale da danneggiare il paziente.

Summers e Blanchard meritano di essere ascoltati per i loro avvertimenti – in particolare in Europa, dove, ancor più che negli Stati Uniti, le politiche di bilancio finanziate dal debito hanno ricevuto sostegno monetario. Con la Banca centrale europea che fa gli straordinari con la stampa di moneta, la base monetaria nella zona euro è passata da quasi mille miliardi di euro del 2009, a quasi 5mila miliardi alla fine del 2020. A giugno 2021 arriverà a 6mila miliardi, e sono già stati concordati ulteriori aumenti. Quando l’offerta di moneta si moltiplica in questo modo senza una corrispondente crescita adeguata del volume di beni e servizi, è inevitabile un aumento delle aspettative di inflazione di imprese e famiglie. Ciò non significa necessariamente che si verificherà l’inflazione, ma, se ciò avverrà, la svalutazione diventerà di fatto impossibile da fermare.

Ci sono già segnali, anche se non tra i beni di consumo, dove la crescita annuale dei prezzi rimane all’interno dell’obiettivo della Bce fissato «sotto, anche se vicino al 2%». In Germania i prezzi di immobili, azioni e arte stanno aumentando a un ritmo trimestrale a due cifre. Lo scorso anno, l’indice complessivo dei prezzi delle attività è aumentato del 6,3 per cento. Una parte considerevole dell’eccesso di moneta creato dalla Bce viene investito nei mercati finanziari o nelle abitazioni e alimenta bolle, con tutti i pericoli per la coesione sociale e la stabilità politica che tali speculazioni comportano.

Anche per questo motivo, il governo tedesco tiene d’occhio l’andamento dei prezzi al di fuori della sfera dei beni di consumo e nel novembre 2020, ha accettato la proposta della presidente della Bce Christine Lagarde di includere i costi abitativi dei proprietari residenti nell’Indice armonizzato dei prezzi al consumo. Questo è un primo piccolo passo verso l’ampliamento della base di valutazione per il calcolo dell’inflazione in modo che i segnali di difficoltà possano essere rilevati più rapidamente.

Restringere con cura

Conoscere i pericoli inflazionistici, tuttavia, non sarà sufficiente. Il rischio di una perdita del potere d’acquisto attraverso la monetizzazione del debito pubblico richiede azioni concrete. Per questo motivo, diversi mesi fa, ho avviato un gruppo di discussione interpartitico per esaminare la politica monetaria e i suoi rischi, ed esplorare le possibilità per un ritorno alla normalità.

Tutte le parti interessate sono consapevoli del dilemma che deve affrontare la Bce. Applicare il freno monetario con troppa forza farebbe impennare i tassi di interesse e minaccerebbe la stabilità dei Paesi con il rapporto debito/Pil più elevato. Nessuno può avere tale obiettivo. Se l’inversione di tendenza dei tassi di interesse richiedesse troppo tempo, tuttavia, il rischio di inflazione potrebbe essere accompagnato da una “zombificazione” dell’economia: l’eccesso di denaro alimenta i rischi morali, cosa che impedisce aggiustamenti strutturali essenziali nelle imprese e porta a una perdita di competitività.

Allora, cosa si deve fare? In primo luogo, la lotta contro la pandemia continuerà a governare le nostre azioni. Questo è lo scopo di Next Generation Eu. Ed è gratificante che i primi segni di miglioramento siano già visibili.

La prospettiva di ripresa rende ancora più urgente la necessità di dotarsi di una visione ferma riguardo alle modalità di riduzione dell’onere del debito pubblico una volta sconfitto il coronavirus. Altrimenti, al Covid-19 potrebbe fare seguito una “pandemia del debito”, con conseguenze economiche disastrose per l’Europa. Paesi come gli Stati Uniti e la Cina sono già in vantaggio rispetto all’Europa, che invecchia demograficamente, in termini di produttività e carico di lavoro. Questo svantaggio competitivo aumenterebbe se i Paesi dell’Ue mettessero a repentaglio la loro flessibilità finanziaria a causa di un debito eccessivo.

Per questo motivo, ogni Paese deve lavorare su se stesso e sforzarsi di mantenere la disciplina di bilancio. La solidarietà finanziaria è e rimarrà una condizione fondamentale per investimenti sostenibili in istruzione, ricerca e innovazione, senza le quali la nostra prosperità non può essere salvaguardata. Ma una cosa è chiara: lasciati a se stessi, è sin troppo facile che i membri di una confederazione di Stati come la zona euro siano tentati di contrarre debiti a spese della comunità. Senza pressioni esterne, è pressoché impossibile realizzare bilanci equilibrati nei Paesi ad alto debito.

Ho parlato spesso di tale pericolo morale con Mario Draghi. Abbiamo sempre convenuto che, data la struttura dell’Unione economica e monetaria, il mantenimento della competitività e di una politica fiscale sostenibile siano responsabilità degli Stati membri.

L’esempio di Hamilton

Spero vivamente che Draghi possa adesso mettere in pratica questo principio in Italia. Il risultato è importante non solo per il suo Paese, ma per tutta l’Ue. Altrimenti, avremo bisogno di un’istituzione europea che non solo controlli il rispetto delle regole di bilancio, ma abbia il potere di applicarle. Ciò richiederebbe emendamenti ai trattati, ma anche senza di essi la Commissione europea sta già assumendo un ruolo più preminente che mai nel plasmare la direzione della politica fiscale europea.

Un approccio promettente che l’Ue potrebbe adottare per assumere il controllo politico del problema del debito proviene dal Consiglio degli esperti economici della Germania: lo European redemption pact, un’iniziativa che ha già dieci anni. All’epoca, il Consiglio propose un patto di riscatto del debito per la zona euro sul modello dello storico fondo di ammortamento di Alexander Hamilton, istituito nel 1792 per gli allora nascenti Stati Uniti.

Il fondo di ammortamento consentì a Hamilton, primo Segretario del Tesoro degli Stati Uniti, di ridurre gli enormi debiti pubblici delle ex colonie dopo la Guerra d’Indipendenza, eliminando la minaccia di bancarotta. Tutti i 13 Stati dovevano depositare buone garanzie, praticare la disciplina di bilancio e ridurre i loro debiti. I “peccatori” ostinati del deficit furono messi in “un’insolvenza strutturata” per prevenire l’azzardo morale a scapito degli stati più frugali.

Quel vincolo esterno alla politica fiscale – e non la mutualizzazione dei debiti dei singoli Stati, che è occasionalmente raccomandata per l’Ue – è stato il punto cruciale del tanto citato “momento hamiltoniano”.

Il piano Hamilton ha funzionato. È un buon esempio di come le crisi possano anche presentare delle opportunità. Il segreto è riconoscerle e coglierle con coraggio. Sono fiducioso che oggi l’Europa sia pronta a farlo.

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